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Pubblicato il 29 Dicembre 2025 | da Valerio Caprara

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Una modesta proposta. Migliori & peggiori 2025

Il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Formula risaputa ma davvero pertinente: il destino del cinema in sala, in effetti, non si gioca ricorrendo alle lagnanze nostalgiche bensì scommettendo sul coraggio dei produttori e la creatività degli artisti. In questo senso il rigore della competenza e la risolutezza dei giudizi valgono solo se riescono a risvegliare il pubblico dal suo cronico torpore. In attesa che scattino i salvavita di fine anno Avatar, Sorrentino e Zalone, ecco un piccolo contributo alla non impossibile missione.

MIGLIORI. UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA di Paul Thomas Anderson: calibrando la satira bipartisan sulle prestazioni strepitose di DiCaprio, Penn e Del Toro, il film ci catapulta nell’odierno caos degli Usa con la generosità del blockbuster intelligente stracolmo di gag, suspense, emozioni, inseguimenti e sparatorie. L’ANNO NUOVO CHE NON ARRIVA di Bogdan Muresanu: ricostruzione avvincente e articolata della rivolta anticomunista culminata nell’ingloriosa fuga del dittatore Ceausescu. Succede, infatti, che le vite di sei personaggi più o meno vicini al potere s’incrocino nel fatidico 21 dicembre 1989 in una Bucarest sull’orlo dell’esplosione agognata ma insperata. A COMPLETE UNKNOW di James Mangold: biopic fuori standard concentrato sull’angoscia sempre viva nel cuore di Bob Dylan, il suo genio scontroso e lo scotto che ha pagato per il tentativo inappagato d’esprimere in musica le forze cosmiche padrone del destino umano. EMILIA PEREZ di Jacques Audiard: musical trans che non smette mai di spiazzare grazie al ritmo survoltato e lo stile a metà strada tra i classici di Almodòvar e una telenovela sudamericana. Concorrono allo show il noir (non si sfugge mai al passato), la denuncia (i crimini dei cartelli della droga) e le iconografie da ex voto popolare di un Messico in cui il rosso del sangue ribolle nei corpi sudati, eccitati, violati e manipolati. UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi: teatro dell’assurdo a Teheran capace di padroneggiare l’alternanza tra l’atto d’accusa al regime degli ayatollah, gli intermezzi grotteschi e lo psico- poliziesco con i carnefici trasformati in vittime e viceversa. I COLORI DEL TEMPO di Cédric Klapisch: la necessità della memoria e il vitalismo della giovinezza come temi portanti del dialogo virtuale tra la Ville Lumière del 1895 e quella di oggi, in grado di ravvivarne il mito in maniera ancora più appassionata e struggente dell’alleniano “Midnight in Paris”.

PEGGIORI. TRE CIOTOLE di Isabel Coixet: sarà anche bello il romanzo della Murgia, ma la versione cinematografica è l’emblema del peggiore cinema italiano midcult. La trama si traduce, infatti, in un catalogo di artefatte trovate stilistiche (messe a fuoco volutamente sbagliate, nostalgici e sgranati super8 di famiglia, danze di uccelli al crepuscolo, nuvole fluttuanti sul cielo -come ti sbagli- dei quartieri “in” Pigneto e Trastevere, sottofondi musicali invadenti ecc) che vorrebbero comunicare tutto e invece non comunicano niente. DRACULA. L’AMORE PERDUTO di Luc Besson: il tema dell’eterno ritorno, riciclato per allestire un pretenzioso remake del cult movie di Coppola, finisce per risolversi in una sarabanda fragorosa, lussuosa, esagitata e di cattivo gusto. QUEER di Luca Guadagnino: mentre il testo originale di Burroughs predilige un climax straniato e ossessivo nutrito dal senso di disgusto per sé stesso, il sopravvalutato regista ha voluto rendere glamour ogni spazio della narrazione svuotandolo dell’intrinseca angoscia e forzando il contesto di realismo magico nel senso di un manifesto woke. BIANCANEVE di Marc Webb: né divertente, né commovente, né pauroso, l’adattamento live action non funziona, suona falso e appare addirittura misero nonostante il colossale budget. Addio alla bellezza, alla violenza, alla poesia selvaggia del capolavoro del 1937 ed eccovi servito un intrattenimento per famiglie scremato e sterilizzato, con la povera Biancaneve ridotta a maestrina che tratta i nani come farebbe Mary Poppins. DUSE di Pietro Marcello: biopic accollato per intero sulle spalle della Bruni Tedeschi, costretta a snervare le proprie doti in un transfert survoltato, riempire tutti i vuoti e i pieni delle sequenze, disseminare ogni angolo dell’inquadratura con le scene madri esibendosi, in pratica, in un interminabile overacting che, anziché evocare lo stile cadenzato, sovraccarico e trombonesco della Duse e dei coevi mostri sacri teatrali, finisce per diventarne la parodia attonita e museale. LA VITA VA COSÌ di Riccardo Milani: allineato e corretto sul paradigma precotto della neo commedia all’italiana e per di più con l’immancabile messaggio edificante -fieri vaccari autoctoni contro biechi speculatori milanesi- di scarsissima presa sarcastica. Lontani i tempi del genere che Risi, Monicelli & company vollero spiazzante, cinico e anarchico, negli odierni apologhi trendy è d’obbligo che i pastori -qualifica in questo caso inoppugnabile- siano sempre piazzati al posto giusto del presepe.

 

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