All Movies Magazine

Pubblicato il 12 Settembre 2017 | da Valerio Caprara

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Tre film “napoletani” a Venezia

Anche se è lecito scoraggiarsi perché già tre titoli passati alla Mostra si misurano con lo sfregio del potere criminale inferto alle rappresentazioni della nostra città, è importante guardare con interesse al rovescio della medaglia. Innanzitutto perché si tratta di film di vario ma sicuro valore, poi perché non si curano dell’ossessione dell’”immagine” che agita i pasdaran del patriottismo locale e infine perché procedono con strumenti linguistici e drammaturgici autonomi se non divergenti. A conferma della convinzione che applicare un canone di scuola al flusso di film ispirati e girati a Napoli rischierebbe d’inaridirlo (come successe ai tempi di un altro conclamato Rinascimento), sono proprio i talenti individuali, gli exploit tecnici, le scelte fuori standard che contrassegnano gli aspetti migliori di “Nato a Casal di Principe” (Cinema nel giardino), “Gatta Cenerentola” (Orizzonti) e “L’equilibrio” (Giornate degli autori).

Per quanto riguarda il primo, tratto da un libro verità che dettaglia dal punto di vista fraterno la tragedia di un ragazzo rapito e mai più ritrovato sul finire degli anni ottanta, il regista Bruno Oliviero e gli sceneggiatori Maurizio Braucci e Massimiliano Virgilio hanno portato a termine una vera e propria impresa, un film che resterà grazie alla tenuta delle sequenze, alla pertinenza delle recitazioni e i dialoghi e, soprattutto, all’originalità del tratto stilistico che evita tutte le trappole dei cliché. Al posto del melodramma poliziottesco, il sociologismo pret-à-porter o il consueto sermoncino in stile comizio, insomma, vi si percepisce un verismo che strazia per l’assoluta credibilità pur evocando, magari, la concisione epica di un western revisionista o un noir wellesiano.

Una sbrigliata fantasia e un alto tasso cinefilo –in aggiunta alle peculiarità di un’animazione che può piacere o respingere- caratterizzano, invece, il cartoon del quartetto Rak-Cappiello-Guarnieri-Sansone prodotto dalla stessa benemerita factory di Luciano Stella (rinforzato da Maria Carolina Terzi, Rai Cinema e SkyDancers) che aveva raccolto tanti attestati di stima con “L’arte della felicità”. In questo caso la minaccia camorristica –così come gli irridenti e spesso volutamente farseschi riferimenti al degrado dell’economia, alla perduta nobiltà morale e all’imbastardimento della bonomia popolare- vengono disseminati nella piacevole trasfigurazione della favola di Basile ambientata in un’avveniristica nave ancorata nel porto e infestata dai misteriosi ologrammi della storia dimenticata dell’odiosamata città. Nel giudicare “L’equilibrio”, infine, è impossibile minimizzare il coraggio col quale uno strenuo professionista come Vincenzo Marra sfida il carisma di Mimmo Borrelli. Richiamandoci all’importanza dei singoli exploit (pensiamo ancora a Braucci che liberandosi, secondo noi, dalle superflue incrostazioni ideologiche diventerà un capofila della scrittura non solo cinematografica nazionale), intendevamo proprio questo. Se il duello tra il prete compromissorio (ma forse vincente) interpretato dall’ottimo Roberto Del Gaudio e quello monolitico nel culto della giustizia (ma sicuramente perdente) del protagonista riesce a trascendere la cronaca delle periferie torturate dalla prepotenza malavitosa per affrontare la contrapposizione tra il concetto astratto di fede e quello pragmatico del bene di una comunità, infatti, è in gran parte merito di come un one-man-show come Borrelli sia stato messo in grado di racchiudere la propria gigantesca (in senso metaforico e non) personalità nei battiti di un percorso spirituale che nutrono il film più della trama.

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