Portobello – serie tv
“Sono innocente, spero lo siate anche voi”
Enzo Tortora fu arrestato in piena notte, esposto al pubblico ludibrio, sbattuto in galera, processato, condannato e irreparabilmente danneggiato nel fisico grazie a un teorema giudiziario basato sulle calunnie di truci camorristi, un’allucinante mancanza di prove, la tracotanza di alcuni magistrati in cerca di fama e molti giornalisti sottomessi alla procura. Ma “Portobello”, la miniserie in sei episodi di un’ora ciascuno che dal 20 febbraio sta andando in onda a cadenza settimanale sulla piattaforma HBO Max, va molto al di là della routine del cosiddetto cinema civile e si afferma come grandiosa messinscena di un calvario scaturito dalla cecità ideologica e alimentato dall’invidia sociale e il rancore dei populisti sguaiati pre-Beppe Grillo, i forcaioli, i mitomani, i falliti e i mediocri. È evidente che solo un regista come Marco Bellocchio, anche sceneggiatore con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, poteva affrontare questa storia infame mantenendo un alto livello autoriale senza mai derogare dalla brillantezza della confezione e facendo sì che i fatti ricalcati sulla cronaca s’integrassero perfettamente nelle perturbanti atmosfere della fiction.
Un carosello di maschere espressioniste alla George Grosz che s’incontrano e scontrano, accusano e difendono, aggrediscono e reagiscono, mentono e ricattano trascinate nel vortice di un incubo kafkiano in cui Fabrizio Gifuni incarna con un’eccezionale abilità -che trascende la pur impressionante immedesimazione- lo sventurato campione della tv vintage capace di radunare davanti al piccolo schermo con le sette edizioni del suo varietà tra il ’77 e l’83 (più l’effimera e mesta ripresa dell’87: “dove eravamo rimasti?”) in media 20 milioni di spettatori. La prima qualità della serie è proprio quella di dribblare la tentazione del santino edificante e della rivalutazione di maniera: Tortora, laico e liberale irremovibile e dunque inviso alle chiese dominanti di DC e PCI, è un uomo colto, retto e intelligente, testardo, un po’ snob e sussiegoso e il suo mercatino-barnum del venerdì sera, parata di bislacchi inventori e performer ciarlatani, non rifugge dagli effetti ruffiani e caricaturali riuscendo, però, a cogliere la potenza sommersa di una tv di servizio e a prefigurare talent show, reality e social che, permettendo a chiunque di dire la propria e mettersi in mostra, diventeranno nel bene e nel male decisivi per l’evoluzione antropologica dell’Italia. Da questo magma limaccioso che include fan di ogni età, sesso, classe e condizione emerge il delirio paranoico del camorrista cutoliano Pandico (un Lino Musella stratosferico) convinto d’influenzare telepaticamente anche da recluso il conduttore. Quando un pacco di centrini ricamati a mano inviato dal suo compagno di cella a Poggioreale viene smarrito dalla segreteria del programma, monta in lui un odio inestinguibile che, una volta dissociato dal boss (un luciferino Gianfranco Gallo), lo induce a confidare ai magistrati le grottesche “rivelazioni” che sfoceranno nell’arresto di Tortora per associazione camorrista e traffico di stupefacenti. Come nei grandi prison-movie della tradizione hollywoodiana -ma senza dimenticare l’antesignano “Il camorrista” del giovane Tornatore- non mancano di partecipare al linciaggio dell’ex idolo ridotto a capro espiatorio altri avanzi di galera, dal sicario Barra (Massimiliano Rossi) al narcisistico delinquentello Melluso (Giovanni Buselli) e il pittore falsario ed estorsore Margutti (Gianluca Gobbi); mentre per la procura dell’epoca tra interrogatori farseschi e testimonianze omertose diventa più importante salvare la faccia che salvare la vita di un uomo. A parte il grande coraggio e la vicinanza ininterrotta dei congiunti, gli amici e gli avvocati, le due chiavi di volta del riscatto di Tortora saranno Pannella (Tommaso Ragno, maestoso come sempre) con il Partito Radicale odiato alla pari da fascisti e comunisti -tanto da venire definito “imbroglione di massa” dal brigatista rosso (Pier Giorgio Bellocchio) con cui condivide la galera-, sparuti giornalisti e intellettuali come Biagi, Jannuzzi e Sciascia e il giudice Michele Morello (Salvatore D’Onofrio), relatore del processo d’appello che nel 1986 lo assolse con formula piena grazie all’analisi rigorosa degli atti che i suoi colleghi avevano ignorato. Come accade in molti titoli della filmografia bellocchiana, anche in questo caso i flash allegorici, onirici o surreali (la maschera di Pulcinella, il castello di carte giudiziarie che crolla, la tarantella che accompagna l’arresto) irrompono nel racconto innervando con uno stile personale la rigorosa autenticità della ricostruzione.
Certo la visione a singhiozzo e a pagamento di questa serie strepitosa, che ancora una volta azzera la differenza tra cinema e tv, ne rende per adesso ristretta la visione, ingenerando altresì incredulità e sospetto per la mancata uscita nelle sale cinematografiche e sui canali della Rai e le altre reti generaliste. Al proposito ricordiamo che hanno suscitato aspre polemiche le recenti esternazioni di Wim Wenders al festival di Berlino, dove molti critici di bassa caratura hanno rampognato il regista per le sue affermazioni contrarie all’intrusione della politica nel cinema; ma in realtà il regista tedesco aveva respinto il connubio come strumento di mera fazione o propaganda, sostenendo che i veri autori sanno trasfigurare la politica, anche quella più scomoda e antagonista, in linguaggio creativo libero, aperto e fedele solo alle esigenze espressive ed emotive dei film. Esattamente ciò che ha fatto a ottantasei anni il più vitale e geniale cineasta di cui ancora ha la fortuna di usufruire il Belpaese.



