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Pubblicato il 21 Marzo 2026 | da Valerio Caprara

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Morte di Robert Duvall

Grandissimo attore Robert Duvall, morto domenica novantacinquenne, uno di quei professionisti senza aureola di star impostosi nella stagione della Hollywood Renaissance, quella che dall’inizio degli anni Sessanta fino alla metà del decennio successivo ha segnato un’impronta indelebile sulla storia del cinema mondiale. Quasi tutti i film di maestri come Scorsese, De Palma, Altman o Pollack restano strettamente legati alla presenza di protagonisti come De Niro, Redford, Gould, ma il fenomeno è identico anche nel caso degli attori non protagonisti e si può dire, allo stesso modo, che Duvall è parte integrante dai capolavori di Coppola dalla saga di “Il padrino” ad “Apocalypse Now”. Altro che caratterista di lusso, Duvall incideva i suoi ruoli di militare, mafioso, reporter, santone, killer, predicatore in profondità -soprattutto quelli “sgradevoli”, antieroici e negativi- senza mai prevaricarli ma rendendoli indispensabili, realistici e insieme epici, dominanti e insieme vulnerabili, dubbiosi e insieme determinati. Non è affatto un caso, insomma, che nei circa cinquant’anni di carriera abbia ottenuto oltre una cinquantina di riconoscimenti, tra cui sette candidature all’Oscar e la statuetta di migliore attore per “Tender Mercies – Un tenero ringraziamento”, ma soprattutto che sia stato una figura e un volto indimenticabili per carisma, presenza ed espressioni anche per gli spettatori più occasionali. È stato anche regista, debuttando dietro lo schermo nell’83 con il viaggio nell’America dei gitani “Angelo amore mio”, produttore, musicista country e si è sposato quattro volte senza mai avere figli.

Nato a San Diego in California nel 1931, Duvall si è fatto le ossa recitando a Broadway e ha esordito sul grande schermo nel 1962 in “Il buio oltre la siepe” componendo l’intenso ritratto di un mite e sensibile minorato mentale. Diventato subito caro ai registi combattivi e polemici della nuova Hollywood, appare nei panni del biondino timido e frustrato in “La caccia” (’65) di Penn, mentre quattro anni più tardi ha più spazio interpretando il graduato bigotto vittima dei lazzi dei commilitoni nel mordace “M.A.S.H.” di Altman. Cruciale è poi l’incontro col giovane Coppola con cui stringerà un sodalizio tramandato dai suoi ruoli più memorabili: sbirro brutale in “Non torno a casa stasera” (’69), avvocato spregiudicato e astuto nonché fedelissimo dei suoi boss sanguinari in “Il padrino” parte prima e seconda (’71 e ‘74), cinico e grottesco nella parte del colonnello Kilgore a cui spetta la leggendaria battuta del napalm di “Apocalypse Now” (’79). Non meno efficace e sempre coordinato con le caratteristiche di partner fuoriclasse, migliora la resa di tanti film meno noti, ma preziosi per irrobustire la qualità complessiva di quegli anni che hanno formato la generazione dei critici e cinefili amanti dei generi popolari e nemici dei compitini d’autore: “Bullitt”, “Il rivoluzionario”, “L’uomo che fuggì dal futuro” (in cui si ribella al profetico dominio dei computer), “Io sono la legge”, “La banda di Jesse James”, “Killer Elite” “Sherlock Holmes – Soluzione settepercento”, “Quinto potere” (in cui è il manager televisivo che intuisce la pazzia dell’invasato protagonista Peter Finch). Come appare evidente, l’altra qualità fondamentale del suo lungo percorso nella settima arte è la versatilità che lo ha reso sempre elemento credibile e mai semplice mestierante -a dispetto dell’aspetto fisico, presto tendente al calvo e tarchiato)  anche dopo l’avvento degli anni Ottanta, quando a Hollywood e dintorni non calano le sue forze, bensì l’inventiva e l’audacia delle sceneggiature e dei registi. Tuttavia non mancano i titoli che si tramandano come modelli “all’antica” d’intrattenimento: dall’inquieto detective di “L’assoluzione” (’81) di Grosbard che gli vale un premio della critica a Venezia al maturo cantante folk del già citato e oscarizzato “Tender Mercies” (’84) di Beresford e poi “Il migliore”, “Colors”, “Un giorno di ordinaria follia”, “Geronimo”, “Conflitto d’interessi” o “Terra di confine”… Difficile stabilire quale sia stato il suo film migliore, mentre è facilissimo dire quale sia stata la sua battuta imperitura: “Mi piace l’odore del napalm al mattino”.

 

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