L'”Odissea”, il dibattito
Siamo tutti cinefili (e grecisti). L’”Odissea” di Christopher Nolan nella terza settimana dall’uscita oltre a quello mondiale ha già sbancato il botteghino nazionale e per riuscire a vederlo nel pugno di sale italiane attrezzate per il 70mm -una sorta di fratello minore dell’IMAX 70mm, il formato in cui è stato girato- è addirittura fiorente il bagarinaggio social. Ma la notizia più eclatante è quella dell’uragano di opinioni e/o riflessioni quasi sempre con polemica incorporata che si sta abbattendo su quotidiani, riviste, web, radio e tv ben al di là delle rubriche e le sezioni deputate. Sbaglierebbe, però, chi ipotizzasse che gli storici e i critici del cinema stiano covando un ringhioso malumore e soffrendo le pene dell’inferno per la presunta e per di più smisurata invasione di campo che chiama in causa Dante e Joyce (c’è anche un “Ulysses” tutto suo). Anzi, alla maggior parte dei chierici dell’ex arte chiave del Novecento si apre il cuore nel constatare che per una volta non sono collocati in un cantuccio del salotto buono del dibattito culturale e che tanti illustri interlocutori abbiano riposto (momentaneamente) nel cassetto la svergognata frase “non m’interessano le americanate”. Tanto più che l’ultima volta in cui un analogo fenomeno si era verificato risale all’apoteosi di “C’è ancora domani” e con tutto il rispetto per Paola Cortellesi in questo caso ci troviamo in una dimensione artistica e industriale a distanza siderale.
Molto, va da sé, è dovuto alla pomposa autorevolezza del regista londinese trapiantato negli Usa dalle abitudini e metodi di vita e di lavoro maniacali, ritenuto da moltitudini il Kubrick dei Duemila e dagli antipatizzanti un regista di blockbuster per palati grossolani disseminati di preziosismi per palati fini. Certo non mancano al proposito le sortite spericolate, prime fra tutte quelle di Francesco Piccolo che al proposito ha esternato una contraddizione in termini (“il film è una cazzata, ma anche bellissimo”) e di Adriano Sofri che nell’incipit di una dissertazione sul film ha dichiarato che “non l’ha visto” ma, rassicurandoci non poco, “si sbrigherà a vederlo”. Quisquilie, ciò che importa davvero è fare un minimo di chiarezza sulla contrapposizione ideologica che funge da carburante per la maggior parte del maxi dibattito paracinematografico. Le magagne del kolossal o al contrario le sue virtù vengono, in effetti, attribuite all’inclinazione woke condivisa dal regista con la moglie Emma Thomas che ha prodotto tutti i film da lui scritti e diretti. Ricordando, molto alla buona, che per woke s’intende l’eccesso di politicamente corretto ovvero la nuova forma di bigottismo laico basato sulla tesi che tutte le colpe della Storia fanno capo al maschio bianco cristiano occidentale, è scontato che l’”Odissea” insegua alcuni dei suoi assiomi principali, non fosse altro perché Nolan ha dichiarato di avere letto il poema nella traduzione iperfemminista di Emily Wilson del 2017. Ma è proprio sulle infinite accezioni e variazioni della nota visione del mondo -tralasciando le banali polemiche con funzione diversiva sul colore della pelle degli interpreti- secondo cui un testo pagano diventa puritano che s’incrociano le lame dei duellanti più brillanti e motivati.
Citiamone qualcuno, solo una goccia della marea mediatica. Se per Marco Demarco l’”Odissea” è un capolavoro anche perché le peripezie del protagonista prospettano un futuro che non cancella bensì incorpora il passato, una sorta di vichiana Scienza nuova capace di ricomporre il mito e la storia e la fede e la ragione che oggi ottusamente dividiamo, per Fabrizio Coscia l’intuizione vincente del film è quella di dimostrare che la vera nemesi di Odisseo è la scoperta che nessun Nostos o ritorno a casa potrà restituirgli l’uomo che era prima della guerra nonostante la vittoria (con inevitabile riferimento al precedente biopic di Oppenheimer). Mentre per Eduardo Cicelyn Nolan mette in scena una forma della retorica narcisistica contemporanea non riuscendo o volendo capire che Omero con i suoi versi invita a chiedersi cosa accade all’uomo quando forze più grandi di lui lo attraversano e lo alienano. Per Marina Valensise, invece, il re Mida di Hollywood ha eseguito una perfetta dimostrazione della vitalità della tradizione classica che ha il suo tratto distintivo proprio nella “manipolazione” del mito che in questo modo rivive per chi sa custodirne il fuoco anziché adorarne le ceneri. Alberto Mattioli sostiene più aspramente un concetto simile: i cosiddetti classicisti dovrebbero idolatrare Nolan perché migliore omaggio all’eternità del mito non poteva farlo suggerendo agli spettatori che le storie di Omero che hanno plasmato l’Occidente non sono un relitto polveroso, bensì la materia di cui siamo fatti ed è cambiato solo il modo di leggerle. Sembra quasi rispondergli Federico Punzi quando denuncia il grande travisamento operato da un film basato sul senso di colpa anziché sull’audacia della scoperta e su un Ulisse trasformato in antieroe asessuato roso dal rimorso di avere difeso la sua civiltà con coraggio e il suo “multiforme ingegno”. Ancora più trasversale, Marcello Veneziani sostiene che il pervicace presentismo di Nolan finisce per evidenziare il nostro analfabetismo affettivo, la nostra incapacità di tradurre il linguaggio maestoso del sacro, il linguaggio possente dell’antichità, la magia di quelle gesta e di quei gesti e la forza evocativa, onirica, spirituale dei capolavori del passato. Per Enrico Petrucci l’”Odissea” è un capolavoro sì, ma di cancel culture che riduce il mito greco a una sindrome da stress post-traumatico, decostruisce le divinità e rende Ulisse un reduce (dell’Irak? dell’Iran? di Gaza?) pentito. L’epigrafe degli ultrà può essere assegnata, infine, al sito specialistico Vintageverse Lab arciconvinto che sia lampante l’imbarazzo del film nel trattare la materia fantastica perché, all’opposto di un altro grande autore-artigiano come Tim Burton, Sir Christopher cerca di lisciare il pelo con seriosa freddezza alle labili certezze della generazione Z perché sostanzialmente non ci crede.
Insomma di primo acchito verrebbe da dire, parafrasando Sorrentino romanziere, che hanno tutti ragione. Però a pensarci bene passare da Rosa Calzecchi Onesti (sulle cui traduzioni in edizione Einaudi si sono formati i boomers italiani) a Cartabianca e Piazza pulita anche no. L’unica certezza è che noi incrollabili cultori dell’“Ulisse” del 1954 con Kirk Douglas in questi giorni ci sentiamo molto meno soli ma un po’ più infelici.



