Recensioni

Pubblicato il 28 Marzo 2017 | da Valerio Caprara

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La tartaruga rossa

La tartaruga rossa Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia e animazione
emozioni

Sommario:

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Solo tre giorni di programmazione in sala, ma vorremmo accompagnarci gli spettatori a uno a uno con la mano. Presentato a Cannes, candidato all’Oscar per il migliore lungometraggio d’animazione, diretto dall’olandese Michel Dudok De Wit e coprodotto da Isao Takahata del nipponico Studio Ghibli insieme alla casa francese Wild Bunch, La tartaruga rossa non solo si distingue per il coraggio delle scelte tecniche e artistiche dall’inflazione dei cartoon-kolossal, ma riesce nell’intento di trasmettere pregnanti sensazioni poetiche grazie a un’essenzialità narrativa ammirevole. Naufragato su un’isola tropicale deserta o meglio popolata solo da uccelli, granchi e insetti, il protagonista innominato riesce a sopravvivere ma tenta incessantemente di riguadagnare la terraferma e la civiltà. Impaurito e debilitato nonostante s’aggiri in un eden incontaminato, s’accanisce a costruire una zattera, ma ogni volta che si spinge in mare aperto una gigantesca tartaruga rossa emerge dalle acque profonde e glie la rovescia costringendolo a rinunciare…

L’assenza totale di dialoghi e il contrappunto pour cause più eloquente delle musiche si fondono nell’esile racconto realizzato grazie a un’insolita tecnica mista d’animazione resa possibile dalla Cintiq, penna grafica digitale che permette di disegnare su una tavoletta che in realtà è lo schermo di un computer; mentre la granulosa elaborazione degli ambienti è stata eseguita su carta a carboncino con un procedimento a mano del tutto artigianale. E’ inutile svelare i successivi sviluppi della trama non tanto perché toglierebbero il piacere della visione, quanto perché sono semplicissimi e fluidamente collegati alla progressiva ri-scoperta che l’anti-Robinson Crusoe fa di se stesso, delle decisioni da prendere e delle risposte del corpo all’unisono con i ritmi della natura scanditi dal percorso circolare delle stagioni e dalle perpetue metamorfosi dell’esistenza (nascita, crescita, riproduzione, morte). E’ importante peraltro segnalare che l’eccezionalità del film deriva proprio dal rifiuto di ammannire il solito pamphlet ecologista e di volere invece alludere, sia pure avvolgendole in un’atmosfera di suspense vagamente onirica, alle innate esigenze dell’uomo di soddisfare pulsioni sia materiali, sia spirituali, di crearsi un sistema relazionale e di fare convergere i complessi e talvolta contraddittori istinti primari in una cellula sociale che diventi facile per tutti definire senza vergognarsene “famiglia”.

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