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Pubblicato il 5 Febbraio 2024 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Sandra Milo

Sexy, altroché se era sexy. Ma non solo quando a venticinque anni seduceva i nemici durante la seconda guerra mondiale in “La donna che venne dal mare” o quando infiammava le riprese e i sensi del mentore e amante Fellini, ma anche l’anno scorso quando girava il mondo con la Maionchi e la Berti per il programma tv “Quelle brave ragazze”. Quello che conta, però, è l’indiscussa cifra d’attrice che ha fatto diventare la (finta) ochetta giuliva una delle attrici più popolari del nostro cinema, titolare soprattutto negli anni Sessanta, di ruoli memorabili in equilibrio tra la disinibita sensualità e la comicità brillante. La lunghissima e variegata carriera inizia col debutto nel ruolo della hostess Gabriella al fianco di Sordi nello spassoso ma tutt’altro che privo di sottigliezze ambientali e caratteriali “Lo scapolo” di Pietrangeli (’55). Mentre la vita tra amori, disavventure e successi già assume caratteristiche romanzesche, la sua ascesa conta su scritture internazionali che le permettono di lavorare per registi del livello di Renoir (“Eliana e gli uomini”), Becker (“Le avventure di Arsenio Lupin”), Cayatte (“Lo specchio a due facce”) e Autant-Lara (“La giumenta verde”). La prima parte importante, però, risale a “Il generale Della Rovere” di Rossellini (Leone d’oro ex aequo del ‘59 a Venezia), ottenuta grazie al produttore greco e futuro marito Moris Ergas, in cui, pur essendo stata raggirata dall’incallito truffatore De Sica, continua ad amarlo tanto da consegnargli tutti i risparmi. Ancora con Pietrangeli regista è poco dopo una delle disilluse prostitute di “Adua e le compagne” e lo sfrontato spiritello che interagisce con Eduardo, Mastroianni e Gassman nell’incantevole “Fantasmi a Roma”. A questo punto, nonostante la vocina smielata e un po’ chioccia che veniva puntualmente doppiata, la sua silhouette dallo scultoreo décolleté, il vitino di vespa e le gambe slanciate e tornite l’innalza al rango delle cosiddette “maggiorate fisiche”, le dive autarchiche come la Lollo e la Loren che furoreggiano nell’Italia del boom contrastando l’egemonia delle colleghe straniere. Peccato che proprio quando si trova sulla cresta dell’onda è la protagonista nel ’61 del fiasco di “Vanina Vanini”, tratto dall’omonimo racconto di Stendhal sempre con la produzione di Ergas e la regia di Rossellini: ribattezzata com’è noto Canina Canini dal press agent Lucherini, medita addirittura il ritiro ma il destino le riserva il più prezioso dei risarcimenti. In “Otto e mezzo” (’63) e “Giulietta degli spiriti” (’65) “Sandrocchia”, come la chiamava il maestro riminese, per così dire ci è e ci fa, attraversando in piena naturalezza ma anche con elementi di estro creativo il magma autobiografico felliniano nelle vesti della focosa amante o della mantenuta di lusso che vogliono iniziare i protagonisti alle gioie della carne in antitesi alle mogli più materne, dimesse e perplesse. L’estro lunatico di cui è ampiamente dotata le fanno chiudere questa fase con le adeguate interpretazioni delle donne al centro di titoli di pregio come “La visita”, “Frenesia dell’estate”, “Le voci bianche”, “Le belle famiglie” e “L’ombrellone” non a caso confezionati con provetta abilità artigianale da Pietrangeli, Zampa, Festa Campanile, Gregoretti e Risi. Dopo una pausa di circa un decennio ritorna sul set recitando in qualche commedia di routine, ma preferendo intraprendere una nuova carriera televisiva che rende ben presto familiare alla famelica audience del pubblico salottiero: da “Mixer” a “Tam tam”, “Piccoli fans”, “Buongiorno Domenica” e “L’amore è una cosa meravigliosa”” sono innumerevoli gli show in cui la sua esuberante personalità unita all’aspetto e le movenze vistose del tutto prive, peraltro, dell’esibizionistica volgarità attualmente in auge suscitano reazioni inevitabilmente controverse. Al cinema la terza fase che va dal ’95 all’anno scorso presenta pochi titoli di richiamo a parte “Il cuore altrove” di Avati, “Happy Family” di Salvatores, “A casa tutti bene” di Muccino e “Il materiale emotivo” di Castellitto, ma l’indomita e inesausta energia no, quella non l’ha mai abbandonata.        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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