Recensioni

Pubblicato il 17 Gennaio 2026 | da Valerio Caprara

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La grazia

La grazia Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Italia, oggi. Un Presidente della Repubblica giunto agli sgoccioli del suo mandato roso dai dubbi, perso nei rimpianti e incapace di districarsi dalle emozioni che lo incalzano.

4.8


Triste, solitario y final eppure scandito dalla percezione di una suspense che non riguarda solo i personaggi, ma anche il molteplice senso del titolo (un’intera pagina del dizionario etimologico italiano). È “La grazia” che concentra in un involucro inscalfibile ma leggero lo straordinario cinema-mondo di Paolo Sorrentino: condotto sul filo sospeso tra sublime e prosaico, gremito di rovelli e presentimenti antitetici alle ambientazioni che sono spesso monumentali e solenni, attratto dai dettagli che ri-definiscono in contropiede il senso dei dialoghi, non è un film che corre per compiacere coloro che sproloquieranno (hanno già cominciato a farlo) sulla vita, la politica e la storia, bensì un film che fluttua come la lacrima dell’astronauta che in assenza di gravità si collega dallo spazio.

Al centro della visione un Presidente, un Presidente cattolico e giurista giunto agli sgoccioli del suo mandato roso dai dubbi, perso nei rimpianti e incapace di districarsi dalle emozioni che lo incalzano: Mariano De Santis alias Toni Servillo a cui è ormai pleonastico assegnare aggettivi altisonanti e su cui basta dire che in ogni inquadratura del film -anche quando fisicamente non c’è- ribadisce l’intensità della presenza. Anche un’elegante e razionale Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia che ha sacrificato la propria vita per fargli da segretaria e consigliera, impreziosisce i duetti attraverso cui si delinea l’incursione -mai sprezzante o offensiva, spesso stupefatta o sarcastica- di Sorrentino nei rituali della massima carica repubblicana: il limbo del semestre bianco, quando il Presidente uscente è limitato nei suoi poteri; le domande di grazia di due assassini che giacciono insolute sulla sua scrivania; le manovre dei ministri, i colleghi di partito e gli amici in vista dell’elezione del successore; i congedi dai collaboratori più intimi; le interviste dei giornalisti che in questi frangenti si permettono d’essere fatue; la firma sul decreto che legalizza l’eutanasia rinviato anche per non ferire il Papa di colore, amico stravagante e tollerante. Se “La grazia” si limitasse a seguire queste linee di racconto -come peraltro fa egregiamente- ci sarebbe meno spazio per il tormento custodito nell’intimità di un cineasta a cui non costa niente mostrarsi sardonico, freddo e persino cinico mentre, in realtà, è sempre impegnato a lavorare sull’instabile equilibrio tra il “finto” e il “vero”.

Al contrario questo dolore sottopelle, capace d’incrinare l’impeccabile aplomb del protagonista, dipende anche dalla nostalgia per la moglie da otto anni defunta e dal tarlo della gelosia per un suo tradimento, forse con il migliore amico nonché probabile successore al Quirinale, mai venuto alla luce. Un’elegia dell’amore coniugale che aggiunge nuove e sommesse tonalità alle piroette e agli scarti imbizzarriti tipicamente sorrentiniani, dall’infatuazione di De Santis per il rap e l’hip-hop (con tanto di citazioni d’onore a Guè Pequeno e Shablo) al coro a cappella intonato con gli alpini, dalla sfilata su via Condotti del cane robot antimina in dotazione ai Carabinieri alle fatidiche battute che senza alcun dubbio continueranno a dilettare o a stizzire le platee (“solo gli stronzi sono simpatici”, “il diritto all’evidenza non è evidente”, “non è una cena, ma un’ipotesi di cena”).

Come in occasione degli altri pezzi unici della propria collezione, il film di Sorrentino non viene per sentenziare verità o compiacere gli ego ipertrofici dei cosiddetti spettatori intelligenti. Ancora una volta, in effetti, al desiderio di confrontarsi con le persone, i ranghi e i gesti non corrisponde il mero gusto della provocazione, bensì la possibilità di misurarsi con la sacralità dell’istituzione e nello stesso tempo con il rinnovamento generazionale che può essere fecondo o sterile, profondo o superficiale e talvolta persino ridicolo.

Non a caso, del resto, i finali -da non perdere anche quello dopo i titoli di coda- suggellano il percorso mappato dalla fotografia, il montaggio e la musica che può permettersi di ruotare senza indossare la toga artistica attorno a uno degli enigmi dell’esistenza umana.

 

LA GRAZIA

DRAMMATICO – ITALIA 2025

Un film di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano, Massimo Venturiello, Orlando Cinque, Linda Messerklinger

 

 

 

 

 

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