Recensioni

Pubblicato il 2 Giugno 2021 | da Valerio Caprara

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Il Divin Codino

Il Divin Codino Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Roberto Baggio. Il suo aspro rapporto con un padre autoritario, la gloria calcistica inficiata dalle crude sofferenze causate dai ricorrenti infortuni e il rigore fatale ai Mondiali del '94 destinato a diventare un'ossessione permanente.

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Uno tira il rigore decisivo, l’altro pure. Uno si contorce sul prato per un fallo assassino, l’altro pure. Uno ama riamato e l’altro pure. Uno sogna di poter continuare e l’altro pure. Dopo Francesco Totti, ecco Roberto Baggio: nel Belpaese i campionati non finiscono mai e le biografie dei calciatori ormai si rincorrono in tv somministrando memorie, culti e polemiche più velocemente dei vaccini contro il Covid. Ci ha messo poco, infatti, Netflix a rispondere alla serie Sky “Speravo de morì prima” regalando ai propri abbonati “Il Divin Codino” -ricostruzione sulla scorta della biografia di Raffaele Nappi di tre periodi della vita e la carriera del campione di Caldogno ritiratosi nel 2004- ma l’aspetto spiazzante sta nel fatto che la sfida più sentita sembra diventata quella tra i rispettivi meriti artistici invece di quella, un classico da bar sport, tra i due numeri dieci. L’evento induce, in effetti, a considerazioni poco ottimiste sull’inventiva e le scelte strategiche delle grandi piattaforme streaming ancorché i prodotti siano notevolmente diversi.

Innanzitutto “Il Divin Codino” è un film della canonica durata di 92 minuti che poteva fare a meno delle digressioni, i surplace, i fatterelli tipici delle narrazioni a puntate e invece si accontenta di usare gli stessi ingredienti imperniando la trama su un episodio di grande impatto mediatico: coté Totti lo scontro con il protervo trainer Spalletti, qui il sogno svanito di conquistare la Coppa del mondo del ‘94 col famoso penalty sbagliato a Pasadena destinato a diventare un’ossessione permanente. In quanto alle rassomiglianze fisiche la divaricazione è, invece, estrema: il dinoccolato Castellitto junior è la persona più distante dall’aitante capitano romanista che si possa immaginare, mentre la regista Lamartire ha lavorato con Andrea Arcangeli che è praticamente un sosia di Baggio in grado di riprodurne la minima espressione, la minima postura e il minimo gesto. In entrambi i casi, curiosamente, i coprotagonisti e i personaggi secondari sono invece improntati alla più ferrea performance mimetica e se, per esempio, Tognazzi era stato un perfetto Spalletti, il Mazzone che allena Baggio è un Martufello modello Bagaglino. La preoccupazione di limitare l’intento agiografico senza deludere o irritare i tifosi trova, infine, anche in questo caso l’aggancio allegorico che funziona come un volano emotivo per il pubblico a digiuno dell’argomento: se il Totti di Sky è trasfigurato in un anziano ma sempre indomito Robin Hood che lotta contro la logica spietata del potere, il Baggio di Netflix è un pio e remissivo adepto buddista che cerca disperatamente di sanare il doloroso conflitto con un padre autoritario e preserva il proprio pathos spirituale in uno scenario occupato da spudorati interessi finanziari e ciniche manipolazioni promozionali. Sotto questo aspetto “Il Divin Codino” paga il prezzo più alto perché, a furia di omettere (il film è striminzito, dura meno dei 90 minuti di una partita di calcio) e di applicare un gusto e un taglio senza alcuna sfaccettatura, finisce inevitabilmente con l’assomigliare alle fiction Rai o Mediaset facendo sì che un’icona del calcio italiano diventi un facsimile sportivo di un Adriano Olivetti, una Luisa Spagnoli, una Nilde Iotti edificanti quanto basta per l’audience di bocca buona. Nella durata standard di un lungometraggio non c’era spazio, certo, per potere cogliere i numerosi e contraddittori versanti di una carriera grandiosa ma tormentata com’è stata quella del fuoriclasse al cui proposito, per di più, si nota l’eliminazione di un dato che avrebbe cambiato non poco il “fuori campo” della rievocazione: al contrario per esempio di un Maradona, il fuoriclasse Baggio non ha mai contestato il sistema (è stato anche alla Juve sull’onda di feroci polemiche), bensì lottato contro tunnel psicologici profondi e la ricorrente fragilità fisica che nel film sembrano peraltro il martirio assegnato d’ufficio all’ennesimo santino buonista. Viene facile pensare a questo punto che sia la serie Sky, sia il film Netflix siano stati surclassati dal documentario “Mi chiamo Francesco Totti”, molto più efficace ed eloquente grazie alla struttura e lo stile meno obliqui, lacunosi e forzati di entrambi.

 

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