Fatherland
Sommario: Il ritorno in patria nel 1949 del settantaquattrenne Thomas Mann in compagnia della figlia dopo essersi autoesiliato in California all’apice dell’ascesa nazista. Il grande scrittore si ritrova, così, costretto a confrontarsi con una Germania distrutta, umiliata, divisa e sottomessa alle potenze vincitrici della guerra mondiale.
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“Fatherland”, 82 minuti in bianco e nero non calligrafico, non si presta a una scelta di semplice intrattenimento, ma non è il solito prodotto ineffabile riservato agli adepti. Dopo i già notevoli “Ida” e “Cold War”, infatti, il polacco ma inglese ormai a tutti gli effetti Pawel Palikowski introduce stavolta una pertinenza storica e letteraria, una concisione narrativa, un’intensità psicologica e un amaro sarcasmo d’altissimo livello. Liberamente tratto dalla biografia romanzata di Thomas Mann Il mago, il film miglior regia ex aequo a Cannes si concentra su un solo, ma cruciale episodio del libro ovvero il ritorno in patria nel 1949 del grande scrittore (Zischler) insieme alla figlia Erika (Hülle, ma in realtà lo accompagnò la moglie) in occasione del conferimento del premio Goethe: dopo essersi autoesiliato in California all’apice dell’ascesa nazista e l’incendio del Reichstag, Mann si ritrova, così, a 74 anni costretto a confrontarsi con una Germania distrutta, umiliata, divisa e sottomessa alle potenze vincitrici della guerra mondiale. Inizia, così, il viaggio su una Buick Super Sedan d’epoca sulle strade del perduto passato che porterà i due, tra un’incomprensione e un’insofferenza e soprattutto le oscure vicissitudini del figlio e fratello Klaus (Diehl), sia a Francoforte sul Meno occupata dagli americani, sia a Weimar occupata dai sovietici evidenziando sempre di più lo smarrimento dell’autore di La montagna incantata nello scoprirsi ormai irrimediabilmente estraneo a entrambe le enclavi e quel che è peggio ai suoi stessi connazionali riciclatisi o vendutisi sia agli occidentali, sia all’Armata Rossa. “Stiamo con Stalin o con Topolino?” è non a caso la battuta che a un certo punto il protagonista pone alla figlia, rispecchiando il tormento della nota evoluzione che dai tempi giovanili delle Considerazioni di un impolitico, il più importante breviario del pensiero neoconservatore e quelli della simpatia per i rivoluzionari della Repubblica di Weimar, stava sfociando nella sua definitiva adesione a posizioni moderate. In questa chiave di sottili impressioni e cangianti stati d’animo, il film scolpisce un ritratto memorabile del Mann più anziano – grazie anche all’interpretazione di Zischler, caratterizzata da una dignità cerimoniosa quasi buffa – come l’archetipo dell’umanista liberale che tenta con tutte le sue forze di restare fedele ai propri principi e di definire la propria visione dell’identità tedesca mentre gli imminenti duellanti della Guerra Fredda si contendono il suo prestigio culturale per legittimare sé stessi. Le contraddizioni della nuova Germania, riflesso di quelle tragiche precedenti, vengono analizzate dal regista in sinergia con lo sceneggiatore Handloegten (co-creatore della memorabile serie tv “Babylon Berlin”) attraverso lo sguardo stanco e nostalgico, imbarazzato e rassegnato ma intellettualmente indomito dello scrittore –“Voglio andare a casa, papà” se n’esce a un certo punto la figlia e lui risponde: “Ma dov’è davvero la nostra casa?”- senza che il ritmo conciso del film venga strattonato dalle consuete scene madri o dalle spiegazioni didascaliche che tanto piacciono agli autori malamente politicizzati. La forza di “Fatherland” sta, insomma, nella tessitura segreta che lega i piccoli fatti, li integra con le asciutte, perfette recitazioni, li evidenzia con delicata eleganza come se fossero brevi frammenti ottici (grazie anche al direttore della fotografia Lukasz Szal) e accosta senza distinguo causidici il concetto filosofico della crisi dell’intellettuale novecentesco allo sfaldamento fatale della famiglia di uno dei suoi esponenti immortali. Valga per tutte la sequenza d’antologia che vede Mann pronunciare il suo discorso di ringraziamento ufficiale al cospetto del plenum dei dignitari della nascente Repubblica Democratica Tedesca, marmoreo e funesto presagio dell’avvento della cortina di ferro. Non si percepisce, peraltro, un cedimento nichilista bensì un segno di speranza nello straordinario e commovente finale che invita noi europei contemporanei alla convinta custodia delle comuni radici culturali.
FATHERLAND
DRAMMATICO/BIOGRAFICO – Germania/Polonia/Italia/Francia 2026
Un film di Pawel Pawlikowski. Con: Hanns Zischler, Sandra Hüller, August Diehl, Devid Striesow, Anna Madeley



