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Pubblicato il 15 Febbraio 2022 | da Valerio Caprara

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“E’ STATA LA MANO DI DIO” CANDIDATO ALL’OSCAR

Notizia su, propaganda giù. Orgoglio su, retorica giù.Non è roba per patrioti in servizio permanente effettivo l’inclusione, sperata ma non assicurata, di “È stata la mano di Dio” nella cinquina dei candidati all’Oscar per il miglior film straniero perché Sorrentino vi ha immerso frammenti della propria autobiografia facendo di Napoli il perno di sensazioni dolceamare, flash in chiaroscuro, verità, insomma, circonfuse di bugie come sanno e devono fare gli artisti non schiavi di canoni, ideologie o algoritmi. Grazie al film convocato ieri alla massima ribalta internazionale il regista è riuscito a trovare la forza interiore necessaria per sbaragliare una volta per tutte gli stereotipi che come lugubri corvacci volteggiano da sempre tra il Vesuvio e il mare: come ripetere ad alta voce, insomma, che la migliore definizione della grande bellezza di Napoli è quella che non è mai stata data (fatti salvi forse i mille colori di Daniele). Le statistiche sono del resto inequivocabili: tra le 29 candidature e le quattordici statuette vinte dall’Italia nella categoria riservata ai film di lingua non inglese non sono certo numerose le accoppiate con il fertile territorio che Sorrentino ha arato con la sua cognizione e percezione assolutamente autonoma degli uomini e i fondali(“Le quattro giornate di Napoli”, “Ieri, oggi, domani”, “Matrimonio all’italiana”, “Pasqualino Settebellezze”).Che il clima fosse propizio l’aveva del resto anticipato l’articolo, per la verità un po’ sbrigativo, del “New York Times” pubblicato lo scorso 17 dicembre con il titolo da manuale scolaresco “Naples, a City of Contradictions, Is Once Again a Home for Cinema”.

Già, perché c’è un altro elemento da tenere nella giusta e rilevante considerazione, il dato di fatto che concentra questa rimonta nell’ambito certo non ristretto, ma comunque specifico della rappresentazione e la creatività audiovisive. Basta voltarsi indietro di poco o anticipare gli eventi prossimi venturi per riconoscere nelle serie tv come “Gomorra” o “L’amica geniale”, nei film di tanti giovani cineasti sfrontati e talentuosi e anche di veterani dal cuore saldo e la voglia matta di non dismettere le armi come il Capuano protagonista nel film prescelto dall’Academy dell’ormai celebre duetto con l’alter ego di Sorrentino sul bordo dei tufacei approdi di Marechiaro, nell’eco dei revival defilippiani di Martone e Rubini e, perché no, nei boom editoriali dei romanzi di De Giovanni per rendersi conto di quanto abbia pesato lo sfruttamento intelligente –decisivo a questo proposito il lavoro garantito dalla Film Commission della Regione Campania- di un comparto che, come i fiumi carsici, appare e scompare nella storia non certo ordinata e lineare di quella che Bordiga definiva l’odiosamata metropoli…. Il successo di Sorrentino, che peraltro è soprattutto suo e conta su pochi, strenui e discreti compagni di viaggio (il cui nucleo originario sta nel vomerese Centro culturale giovanile), non ha nulla a che vedere –deogratias- con l’odiosa sindrome del “chi è con me e chi è contro di me” né con le polemiche su quell’ectoplasma dai mille tentacoli definito “immagine” che fa insorgere gli indignati a buon mercato, bensì deriva dall’inesausto chiudersi e schiudersi di quelli che Lacan ha definito “buchi del reale”. Accensioni improvvise, relazioni inaspettate, anacronismi tra arcaico, avveniristico e un presente conflittuale che garantiscono l’alternanza degli immaginari sfuggendo alle ricorrenti lusinghe di una lettura e uno svolgimento Unici e Definitivi e per ciò stesso totalitari.

 

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