E i figli dopo di loro
Sommario: Estati del 1992, 94, 96 e 98: aspirazioni, turbamenti e disillusioni degli adolescenti che vivono in una cittadina della Lorena da cui ognuno di loro sogna di fuggire, ma è invece destinato a un'esistenza simile a quella della generazione precedente. Il quattordicenne proletario Anthony s’invaghisce della coetanea borghese Stéphanie, ma l’inimicizia del primo con l’ombroso maghrebino Hacine non solo interferisce con il loro rapporto, ma contribuirà a surriscaldare l’instabile equilibrio tra le giovanili comunità multietniche locali.
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Tra i film più belli dell’anno, “E i figli dopo di loro” (“Leurs enfants après eux”) è una piccola grande epopea strutturata in quattro parti (le estati del 1992, 94, 96 e 98) che ricrea la memoria del nord operaio francese rincorrendo aspirazioni, turbamenti e disillusioni dei protagonisti adolescenti che vivono in una cittadina della Lorena da cui ognuno di loro sogna di fuggire, ma è invece destinato a un’esistenza simile a quella della generazione precedente. Nel primo atto del film, tratto dal romanzo omonimo di Nicolas Mathieu premio Goncourt (Marsilio) e diretto dai fratelli gemelli poco più che trentenni Boukherma, il quattordicenne proletario Anthony (Kircher) s’invaghisce della coetanea borghese Stéphanie detta Steph (Woreth), ma l’inimicizia del primo con l’ombroso maghrebino Hacine (El Alami) non solo interferisce con il loro rapporto, ma contribuisce a surriscaldare l’instabile equilibrio tra le giovanili comunità locali: l’estate in cui i tre ragazzi s’incrociano è quella dei primi approcci, delle prime canne, dei Nirvana nelle orecchie e delle corse in BMX intorno al lago, della noia che si mescola alla rabbia e all’inquieto anelito di libertà. Ma è anche un’estate torrida in cui la chiusura degli altiforni ha spazzato via buona parte dei posti di lavoro dell’area industriale, rendendo le famiglie impoverite, esacerbate e incapaci di immaginare un futuro diverso per sé e i propri figli. Inizia, così, uno struggente coming of age che restituisce le atmosfere dell’epoca compenetrandosi con la massima naturalezza nelle piccole e grandi peripezie di questi giovani sempre in bilico tra depressione e stagnazione, sempre sballottati dagli ormoni, dall’amore e dalla rabbia di vivere.
Nel lungo prosieguo -ma per noi in questo caso i 144 minuti di durata sono appropriati- tutti cambiano fisicamente e psicologicamente, s’impiegano, si sposano, fanno figli, perdono i genitori però succede sempre qualcosa che impedisce ad Anthony e Steph di mettersi insieme definitivamente…. Il rock di Johnny Hallyday, i primi timidi baci, il sesso in macchina goffamente, la dissimulata amarezza di Hacine, la vittoria ai mondiali di calcio che s’illude di avverare lo slogan dell’unità nazionale multietnica (black-blanc-beur ovvero nero-bianco-arabo), gli addii tra innamorati senza futuro… Tutti camminano sul filo del rasoio tra innocenza e fatalismo grazie al sapiente equilibrio tra introspezione e tensione emotiva di sguardi, gesti e postura facendo sì che la narrazione di queste giovani esistenze intrecciate tra il determinismo e la frustrazione classiste si dispieghi suggestiva e potente: ai ragazzi abbandonati a sé stessi e legati mani e piedi alla terra che li ha cresciuti e a sogni irraggiungibili (tranne che per Steph) non resta, in effetti, che aggrapparsi all’individualismo e al risentimento.
Sempre in sintonia con lo sguardo socchiuso e sfuggente e l’atteggiamento imbronciato del più fragile tra i protagonisti, si alternano così i momenti di estrema grazia poetica a quelli in cui la violenza repressa esplode e afferra lo spettatore alla gola: valorizzando col formato Scope e la fotografia anticata l’ampiezza delle scenografie, mixando temi musicali anglosassoni e francesi con un pizzico di oleografia, combinando primi piani e campi lunghi, texture della pelle e metallo, fuoco e acqua, giorno e notte, i registi dimostrano una notevole maturità nell’assimilare lo spirito dei titoli cult del cinema americano anni 70 e 80 come “La rabbia giovane”, “Rusty il selvaggio” o “Gli amici di Georgia”. Nelle paludi mediatiche non manca ovviamente qualche voce pseudocritica che si lamenta perché “si fatica a estrarre un messaggio sufficientemente forte”, ignorando che i Boukherma si rifiutano di sfoderare la solita denuncia politica, la dimensione sociale emerge per impregnazione visiva e il film è innanzitutto “une histoire d’enfant, une histoire ordinarie”, sbocciata e svanita come succede e succederà per sempre in un qualsiasi “Samedi soir sur la terre”… Un qualsiasi sabato sera sulla terra, come recita la meravigliosa canzone di Francis Cabrel che accompagna la sequenza del ballo.
E I FIGLI DOPO DI LORO
DRAMMATICO – FRANCIA 2024
Un film di Ludovic e Zoran Boukherma. Con: Paul Kircher, Angelina Woreth, Sayyid El Alami, Gilles Lellouche, Ludivine Sagnier, Louis Memmi



