Recensioni

Pubblicato il 7 Ottobre 2021 | da Valerio Caprara

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DRIVE MY CAR – DUNE

Tre ore che non affaticano ovvero affaticano a seconda del grado di feeling individuale col cinema di Ryusuke Hamaguchi, la nuova star del cinefirmamento giapponese. “Drive My Car” è il secondo exploit, in effetti, di un anno fortunato perché vincitore del Premio alla migliore sceneggiatura di Cannes 2021 a distanza di poche settimane dal Gran Premio della Giuria della Berlinale andato a “Il gioco del destino e della fantasia”: specialista delle operazioni a cuore aperto sui personaggi soprattutto femminili, il quarantatreenne regista laureato all’Università delle arti di Tokyo

punta ancora una volta su una rigorosa stilizzazione che però si predispone a repentini fenomeni di autocombustione emozionale. Un procedimento non lontano da quelli praticati a suo tempo da cineasti estremi come Cronenberg che non è indulgente né accattivante con gli spettatori, ma si limita a sintonizzarli con le regole dei suoi codici esclusivi: situazioni oscillanti tra esiti opposti, nessuna pressione romanzesca, vibrazioni no limits inserite sotto la pelle dello schermo. Risulta dunque ostico eseguire il compitino della recensione, anche perché stavolta il suo film è tratto da un racconto incluso in Uomini senza donne di Murakami, idolo di milioni di lettori in quanto insuperabile commutatore della giapponesità classica in passionalità universale. E in effetti proprio alle atmosfere dello scrittore s’ispira il lungo prologo, in cui la moglie Oto del protagonista Kafuku usa sussurrargli storie ad altissimo tasso erotico nel corso degli amplessi, una pratica evidentemente efficace ma pericolosa che finisce fatalmente col sovrapporsi alla vita reale fino a quando un tragico evento sposterà totalmente l’asse narrativo. “Drive My Car” procede, così, sospeso come in trance, in bilico tra intellettualismo e incandescenza (c’entrano anche le troppo dettagliate prove di una messinscena teatrale dello “Zio Vanja” di Cechov) e scontando l’aspetto non particolarmente attraente degli attori, eppure mantenendo sempre alto il livello grazie ai contrasti cromatici, i paesaggi che parlano al posto dei personaggi, i sentimenti che s’insinuano nel contesto senza mai esibirsi platealmente. Il centro di gravità del film è diventato nel frattempo la Saab rossa condotta con instancabile perizia dalla misteriosa autista Masaki: chiaramente “la donna che visse due volte” che fornisce un’illimitata carta di credito ai giovani e raffinati cinefili a cui il film è sostanzialmente dedicato.

Piaccia o non piaccia, il kolossal “Dune” vanta invece un merito non negoziabile: svetta, infatti, sugli stentati incassi che stanno dando un po’ di respiro agli esercenti. Inoltre dopo i tentativi più o meno fallimentari di trasporre sullo schermo il romanzo di Frank Herbert (il film firmato da David Lynch nel 1984 è passato alla storia più che altro per il massacro operato sulla versione originale dai produttori Dino e Raffaella De Laurentiis), il regista canadese Villeneuve potrà d’ora in poi appuntarsi sul petto la medaglia dell’artista refrattario alle nefaste leggende hollywoodiane. La parabola semi-cristologica che, in pratica, si contrappone al prototipo “Guerre stellari” (per noi definitivamente superiore) e occhieggia il successo epocale del superfantasy “Il Signore degli Anelli” esce per adesso come “parte prima” della fluviale saga fantascientifica, scelta che però danneggia la compattezza dello spettacolo e la compiutezza dell’allegoria e sostituisce l’afflato epico con una sontuosità gelida, una cupezza espressionistica e un ritmo tenuto in stand-by sino alle overdosi finali di battaglie e duelli. Non ci sembrano, insomma, ben amalgamati alle linee romanzesche e all’attualizzazione dei temi i conflitti interni della nobile casata degli Atreides e la scissione tra interessi politici e responsabilità morali che grava sullo scarso carisma del predestinato Paul (Chalamet, l’odioso divetto che ha sputato dopo averci lavorato insieme sul grande Woody Allen perché ligio ai diktat del #MeToo). Più di una componente riuscita e/o prestigiosa ci ricorda, certo, che Villeneuve è l’autore di titoli ragguardevoli come “Prisoners”, “Sicario” o “Blade Runner 2049” –la performance della Rampling velata di nero nell’inquietante ruolo della Reverenda Madre, la sequenza dell’avvelenamento degli Harkonnen, la torturante marcia nel deserto di Arrakis popolato dai terrificanti vermi giganti, la formidabile colonna sonora di Hans Zimmer ecc- ma nel complesso dai 165 milioni di dollari del budget era doveroso aspettarsi qualcosa in più.

 

DRIVE MY CAR

DRAMMATICO – GIAPPONE  2021   

Regia di Ryusuke Hamaguchi. Con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada

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DUNE

FANTASCIENZA – USA/CANADA  2021  

Regia di Denis Villeneuve. Con Timothée Chalamet, Zendaya, Oscar Isaac, Rebecca Ferguson, Jason Mamoa, Stellan Skarsgard

 

 

 

           

 

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