David 2026
Facciamo a meno dei preamboli: amputare in toto dalla lista dei premiati della recente edizione dei David di Donatello “La grazia” ci sembra un fatto ridicolo ancor più che vergognoso. Paolo Sorrentino può piacere o meno, ci mancherebbe, ma il suo ultimo film viaggia su livelli qualitativi indiscutibilmente superiori e pensando anche alla bocciatura inflitta l’anno scorso a “Parthenope”, viene da pensare che il regista sia inviso alle lobbies mediatiche e professionali egemoni a Cinecittà. Ovviamente i votanti hanno diritto alla loro sacrosanta autonomia, ma ne hanno diritto anche gli ormai rari e preziosi spettatori paganti che guardano, giudicano e comparano senza possedere tesserini di categoria. Tra i quali vanno computati i temerari che si sono sorbiti la cerimonia di premiazione andata in onda per circa quattro ore sui Rai 1 dalla sera di mercoledì sino a notte inoltrata: se del resto lo share l’indomani rilevato di circa il 12% appare davvero gramo rispetto alla collocazione privilegiata, si può dire che anche il verdetto a cascata (pseudo) cinefila ci ha messo del suo. Il clamoroso en plein, in effetti, del filmetto indipendente “Le città di pianura”, rapsodico trapianto delle atmosfere alla Bukowski sulle monotone rotte dell’italico nordest -con acclusa apologia antiborghese/antileghista degli sgangherati dropout protagonisti e dei loro vagheggiamenti avvinazzati- avrebbe pure costituito un’estrosa alternativa alla routine produttiva nazionale se non avesse esondato con le lodi e con gli allori, finendo col ridursi a incarnare una sorta di pernacchia malandrina al cinema di respiro internazionale e all’auto certificazione della marginalità a cui il nostro cinema sembra attualmente condannato.
Le liturgie di premiazione costituiscono, com’è noto, un genere spesso indigesto -se non per i vincitori, i loro amici e congiunti e i relativi sponsor e investitori- tanto è vero che solo il festival di Cannes è riuscito da molti anni a rendere la consegna dei Palmarès uno spettacolo frizzante, succinto e fascinoso (delle omologhe cerimonie di chiusura della Mostra di Venezia meglio tacere). Mai come questa volta, peraltro, il sostanziale flop degli ascolti va senz’altro ascritto alla costruzione e all’andazzo del pletorico show tv, a cominciare dall’esagitata e ansiogena conduzione di Flavio Insinna affiancato dalla fantasmatica Bianca Balti e purtroppo non supportato dai siparietti di Nino Frassica, vero genio del sarcasmo nonsense per l’occasione imperdonabilmente danneggiato dal copione. Più consueti ma egualmente esiziali gli sproloqui dell’interminabile sfilata dei premiati, incapaci di stringere al massimo i ringraziamenti, mitigare gli sbracamenti emotivi e astenersi dalle demagogiche intemerate politiche (la perla “Tutti i film sono un successo quando arrivano nelle sale, l’arte è una sfida. Meglio finanziare i film che incassano un euro, piuttosto che finanziare armi, droni e bombe” è peraltro copyright del guittesco conduttore) contando sul fatto che suonano sicuramente come miele alle orecchie degli ultra allineati amichetti convenuti. C’è infine da chiedersi se i modi e lo stile prescelti con il giusto intento di celebrare il lavoro e il talento dell’industria e la professionalità italiane risultino alla fine quelli giusti o quantomeno quelli più utili. A noi sembra che la retorica dispensata a piene mani con tanto di frasi trombonesche acchiappa applausi e le eterne richieste di assistenza, finanziamenti o elargizioni -la stessa solfa, per la verità, sotto tutti, ma proprio tutti i governi – a prescindere da una ragionevole e imparziale valutazione sia dalla qualità, sia dagli incassi dei prodotti servano assai poco agli addetti e generino antipatia nelle persone non strettamente interessate. Alle quali farà un certo effetto apprendere che il simpatico bisboccione Sergio Romano di “Le città di pianura” è migliore del tormentato presidente Toni Servillo di “La grazia” e che Checco Zalone, fornitore di overdosi d’ossigeno al moribondo box-office tricolore, non si è nemmeno presentato al consesso dei fervorosi e questuanti chiacchieroni.



