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Pubblicato il 15 Maggio 2026 | da Valerio Caprara

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In morte di Mario Adorf

Quando erano le sale ad assegnare il carisma, gli spettatori italiani l’amavano e lo riconoscevano sempre. Mario Adorf, morto ieri nella sua casa di Parigi a 95 anni, è stato peraltro un attore di stampo internazionale di lingua tedesca che parlava fluentemente l’italiano e proprio in Italia ha interpretato doppiandosi da sé molti dei suoi personaggi emblematici, tra cui quelli di memorabile successo nelle serie tv come “Marco Polo”, “La piovra 4” e i due “Fantaghirò”. Fisionomia minacciosa e corporatura massiccia ha lasciato un’impronta indelebile in oltre duecento titoli -che vi sia stato comprimario o protagonista- affermandosi come uno degli ultimi totem della qualità cinematografica oggi molto rimpianta dell’interscambiabilità  tra i film di cassetta e quelli d’essai. Nato a Zurigo nel 1930, dopo avere iniziato a recitare presso il Kammerspiel di Monaco, esordisce sugli schermi all’inizio degli anni Cinquanta e inizia a farsi notare per la brutale fisicità, persino da killer psicopatico, dei ruoli interpretati in film tedeschi come “Ordine segreto del III Reich” e “La ragazza Rosemarie” o francesi come “La spia del secolo”. In seguito il suo personaggio varia un po’ per volta i connotati e i suoi tratti duri, quasi sadici, sono resi più morbidi o addirittura scompaiono per dare vita a figure innocue e mansuete da gigante buono. Cruciale, in questa fase, è l’esordio nel nostro cinema con “A cavallo della tigre” (’61) di Comencini, apologo grottesco e provocatorio ambientato nell’Italia del boom economico. Il suo frenetico mimetismo e il suo connaturato istrionismo non smetteranno più di renderlo indispensabile per registi di provata autorevolezza, da Pietrangeli (“La visita” e “Io la conoscevo bene”) a Peckinpah (“Sierra Charriba”), da Zurlini (“Le soldatesse”) a Zampa (“Le dolci signore”), da Argento (“L’uccello dalle piume di cristallo”) a Vancini (“La violenza: quinto potere” e “Il delitto Matteotti”, in cui interpreta il Duce con ineguagliato verismo), da Amelio (“I ragazzi di via Panisperna”) a Cavani (“Francesco”). Indimenticabile non solo per i cinefili resta l’impagabile caratterizzazione del gangster Sciascillo in “Operazione San Gennaro” di Risi, ma il vertice della carriera è probabilmente raggiunto grazie ai due capolavori noir del ‘72 di Di Leo, “”Milano calibro 9” e “La mala ordina” che lo fanno diventare la maschera simbolo del fatidico e rivalutato filone poliziesco all’italiana. Sposato due volte e padre dell’attrice Stella, cimentatosi all’occasione anche come cantante, conduttore tv e scrittore, vincitore di un Pardo d’onore alla carriera nel 2016 al Festival di Locarno, può esporre anche numerose medaglie nella vetrina dei film d’autore o da festival come l’antologico “Germania in autunno”, “Lola” di Fassbinder, “Il viaggio a Vienna” di Reitz,  “Fedora” di Wilder e “Il tamburo di latta” di Schlöndorff, Palma d’oro ex aequo a Cannes ’79.

 

 

 

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