Marty Supreme
Sommario: New York, anni Cinquanta. L'irrefrenabile voglia di ascesa e rivalsa sociale trascina Marty, spiantato commesso ebreo di un negozio di scarpe e asso del ping pong, in una tragicomica odissea fatta di match adrenalinici, scommesse clandestine, truffe e ricatti, seduzioni rapinose e incontri-scontri con ogni genere di gentaglia.
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“Marty Supreme”, nove nomination agli imminenti Oscar, è un film spiazzante ma profondo, sgargiante ma nient’affatto confortevole e anzi divisivo perché ha il coraggio e la coerenza -doti che non possono piacere a tutti- di dettagliare l’identikit di un personaggio negativo, spavaldo, nevrotico, aggressivo e pronto a tutto per riuscire a emergere dai bassifondi della società. È il Marty interpretato dal formidabile Timothée Chalamet, magrissimo, occhialuto, fisicamente sgradevole, spiantato commesso ebreo di un negozio di scarpe e asso del ping pong (tennistavolo nella più elegante dicitura olimpica) che nella New York degli anni Cinquanta e principalmente nello storico quartiere d’immigrati e operai Lower East Side si muove -anzi rimbalza, proprio come una pallina- in una sorta d’odissea fatta di match adrenalinici ripresi come coreografie, scommesse clandestine, piccole truffe, seduzioni frettolose con Rachel, la vicina di casa amica d’infanzia oppure interessate con la star hollywoodiana decaduta (Paltrow, perfetta nella malinconia del ruolo terminale) e incontri-scontri con ogni genere di gentaglia, da un bestiale bifolco armato al boss mafioso interpretato alla grande dal regista Abel Ferrara. La travagliata ascesa di Marty, in effetti, è antitetica a quella dei personaggi affini come i Newman e Cruise di “Il colore dei soldi” perché, non combatte solo contro gli avversari, ma soprattutto contro l’altra faccia dell’american dream del dopoguerra in cui la chance dell’ascesa e la rivalsa sociale paga altissimi prezzi alla lotta di classe, il potere del denaro e la rapacità del capitale. Fondamentale, in questo senso, la battuta dell’industriale della penna (O’Leary, repulsivo al punto giusto) che gli propone la combine di un match a perdere contro il campione nipponico Koto Endo per promozionare i propri progetti commerciali in Sol Levante: “io sono un vampiro”.
Ispirato alle peripezie del vero e controverso Marty Reisman agli onori e disonori della cronaca dal dopoguerra al 1997, il regista Josh Safdie -influenzato dai classici del film sportivo, Scorsese, i fratelli Coen e Tarantino- punta su un congegno narrativo dal ritmo forsennato, una serie tragicomica di scene madri ed eventi imprevedibili, nonché sulle scenografie d’epoca di Jack Fisk, le luci del mago della fotografia Darius Khondji e il martellamento della colonna sonora volutamente anacronistica di Daniel Lopatin. In questo quadro sproporzionato, frammentato, estremo, ogni sequenza suggerisce uno spunto affilato, polemico e difficile da utilizzare come messaggio edificante gradito ai cineforum… Si passa, in effetti, dagli Usa che cannibalizzano il Giappone dopo averlo appena bombardato al “diritto alla felicità” sancito dalla Costituzione perseguito e rivendicato allo stesso modo da nababbi e reietti; dal business generato dalla febbre del tifo che trascina i destini dei protagonisti in un turbine che può sbalzarli dai tavoli da gioco di un fumosissimo, leggendario locale di Harlem (che Safdie ha ricostruito secondo le memorie di uno zio) alle Royal Suites dell’Hotel Savoy londinese… Sino ai modi crudeli e spudorati con cui Marty tratta Rachel, che porta in grembo suo figlio e gli resta sempre devota, (forse) contraddetti dal guizzo finale più intenso, arcano e illogico di tutta la serie di avventure esplose sullo schermo.
MARTY SUPREME
DRAMMATICO – USA 2025
Un film di Josh Safdie. Con: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma, Abel Ferrara, Fran Drescher



