All Movies Magazine

Pubblicato il 28 Maggio 2017 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Roger Moore

Dopo la prima rinuncia di Connery, i produttori Saltzman e Broccoli avevano fatto il tragico errore di affidare in “Al servizio segreto di Sua Maestà” il ruolo di James Bond al fotomodello australiano George Lazenby. In seguito al disastro commerciale del sesto episodio della saga, furono costretti a pagare al riluttante divo scozzese una cifra da capogiro per indurlo a interpretare 007 ancora una volta in “Una cascata di diamanti” (1971). Proprio nello stesso periodo Roger Moore aveva terminato il suo impegno nella serie tv britannica trasmessa in Italia col titolo “Attenti a quei due”, che l’aveva eletto beniamino dell’audience e sembrò pressoché naturale che prendesse il testimone di Connery in “Vivi e lascia morire” (1973): così un diligente professionista specializzato nei toni brillanti, l’epigono dei gentleman del cinema d’oltremanica iniziò a tramutarsi nel più longevo alter ego schermico del personaggio creato da Fleming ovvero in una delle icone del cinema action postmoderno.

Morto ieri in Svizzera dopo una breve quanto micidiale malattia, Roger Moore era nato a Stockwell, nei dintorni di Londra, il 14 ottobre del 1927. Figlio di un poliziotto, studia discipline artistiche e recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art e già dal ’45, mentre si mantiene facendo il fattorino in uno studio d’animazione, inizia a interpretare ruoli di contorno sui palcoscenici del West End; solo a termine del servizio militare effettuato come luogotenente assegnato alle truppe di stanza in Germania, però, si ritrova a lavorare regolarmente nel cinema sia in patria che negli Usa facendosi valere nei cast di film di pregio come “Mano pericolosa” e “L’ultima volta che vidi Parigi” o di successo come “Oltre il destino” o “Desiderio nel sole”. Elegante, prestante e non di rado ingaggiato come modello, Moore trova peraltro misura e incisività soprattutto sul piccolo schermo, dove diventa popolarissimo interpretando senza soluzione di continuità serie old style ma accuratissime del livello di “Ivanhoe” (’57-’58, in cui furoreggia inguainato nella calzamaglia del patriottico spadaccino sir Wilfred), “The Alaskans” (’59-’60), “Maverick” (’60-’61), “The Saint” (sei stagioni andate in onda tra il ’67 e il ’69 e basate sul romanzo di Charteris che idealizza le avventure del ladro gentiluomo Simon Templar, implacabile punitore di criminali e difensore di magnifiche ladies) e “The Persuaders” (’71-’72) ovvero la succitata “Attenti a quei due”, ventiquattro episodi esaltati dal protagonismo della coppia di amici-rivali Sinclair e Wilde alias Moore e Tony Curtis. Nell’atmosfera delle scorribande giallo-rosa su e giù attraverso le più belle locations europee, dalla Costa Azzurra a Parigi e Roma e nell’irresistibile ribalderia dei protagonisti, alle prese con auto fuoriserie, night club di lusso e femmine fatali nonché introdotti e tramandati dalla formidabile sigla di John Barry, c’è, come abbiamo premesso, tutto ciò che serve per lanciare Moore nella pazza gimkana delle imprese del duro più autoironico del cine-album della spy-story.

I pareri sulla resa di Moore nei sette film complessivi girati nel segno del bondismo doc sono disparati, ma anche i chierici più pedanti riconoscono nell’attore britannico un’immedesimazione fisica e un senso del ritmo personalissimi e inimitabili: se in “L’uomo dalla pistola d’oro” viene subissato dal cattivo Christopher Lee, in “La spia che mi amava”, “Moonraker”, “Solo per i tuoi occhi”, “Octopussy operazione piovra” e il terminale “Bersaglio mobile” il suo equilibrio, la sua classe e anche il suo consumato mestiere gli permettono di gestire le progressive e spesso invadenti contaminazioni dello spirito romanzesco originario con una serie di non facili slalom tra humour, fantascienza, azione, allusioni politiche dentro e fuori la logica della guerra fredda e le immancabili, esasperate, rutilanti trasferte negli habitat naturali o metropolitani più esotici e spettacolari suggeriti dalla cronaca e dalla moda. Il resto della carriera cinematografica di Moore è costituito per lo più da film d’intrattenimento di medio gusto e media qualità, in cui talvolta lo si nota visibilmente a disagio: da “Diana la cortigiana” a “Ci rivedremo all’inferno”, dal vigoroso war-movie “I quattro dell’oca selvaggia” a “Amici e nemici” del tuttofare Cosmatos. Paradossalmente lo si ammira di più quando sembra prendersi gioco del proprio carisma  e/o strizzare l’occhio alle performance che gli hanno regalato la fama pressoché suo malgrado interpretando commedie alquanto bislacche e fuori standard come “Toccarlo… porta fortuna”, “I seduttori della domenica”, “La corsa più pazza d’America”, “Pantera Rosa – Il mistero Closeau”, “”Doppia coppia all’otto di picche”. Magari anche per questo la carriera gli si accorcia presto tra le mani, comincia a prendere gusto nel negarsi a registi e produttori e si dedica con crescente zelo, sulla scia un po’ melensa di molti colleghi arrivati all’empireo della notorietà e del conto in banca, alle campagne umanitarie. Nel ’91 diventa ambasciatore dell’Unicef, due anni più tardi la Regina Elisabetta lo nomina Cavaliere dell’Impero Britannico e nel 2009 viene eletto personalità dell’anno dall’associazione animalista People for the Ethical Treatment of Animals. Non sorprende più di tanto, in effetti, che l’ultima apparizione dell’anno scorso in “The Carer” di Jànos Edelényi nella parte di se stesso è sembrata quasi un omaggio al pubblico che ormai percepiva come definitiva l’assenza del suo beniamino dagli schermi.

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