La nostalgia del cinefilo può essere un dono o una disgrazia. Vent’anni dopo l’irresistibile ascesa del prototipo, “Il diavolo veste Prada 2” tende più al secondo caso perché è rimasta pressoché identica la cornice, ma a scapito di qualche aggiornamento indovinato la sceneggiatura è molto meno ricca di battute fulminanti e non immune da qualche vistoso buco. Certo la situazione monitorata è realistica, una sorta di ritratto caustico ma insieme rattristato dell’evoluzione dei meccanismi della nuova economia globale e dell’industria della moda l’universo mediatico in particolare, mentre il primo film era un’esilarante critica di un reame scintillante dove la cosa peggiore che potesse capitare a una stagista di Runaway (alias Vogue) era essere una taglia 42. Dunque Andy (Hathaway), un tempo assistente di Miranda (Streep) direttrice moloch dell’iconica rivista, è diventata una brillante giornalista, ma proprio quando sta ricevendo in pompa magna un prestigioso riconoscimento apprende d’essere stata licenziata in tronco insieme al suo team: per un gioco (forse) del destino viene però subito assunta nella tana del leone, la stessa rivista dove ha iniziato la carriera con il compito di risollevarne l’immagine e ammansire gli inserzionisti dopo un’imbarazzante gaffe amministrativa. Ma quando si reca a coprirsi il capo di cenere presso Dior scopre che la direttrice newyorkese
dell’onnipotente multinazionale c’è adesso nientemeno che l’ex assistente di Miranda ed ex nemica Emily (Blunt) sposata con un ricchissimo giovanotto decisamente deficiente… Streep è sempre a suo pieno agio nell’incarnare la nuova condizione di zarina dimezzata, una che deve viaggiare in economy, rischiare il mal di schiena perché deve appendersi il cappotto da sola (i subordinati appartengono alla Generazione Z e non ci metterebbero nulla a denunciarla ai sindacati) nonché subire le pacche sulla spalla dal nuovo giovane e rozzo proprietario. Sono finiti, insomma, i tempi della carta patinata, l’età dell’oro del giornalismo d’inchiesta e l’eleganza degli articoli raffinati: “Da noi si aspettano contenuti che si possono leggere velocemente in bagno” sospira a un certo punto Nigel, il braccio destro di Miranda interpretato dal solito adorabile Stanley Tucci. Seguono intrighi e tradimenti perché, a dirla breve, il diavolo non indossa più Prada, si rinnova il guardaroba con la pelle dei giornalisti e a spese del buon gusto (e) dei lettori.
Mentre il primo film narrava la brutale iniziazione a un mondo elitario, questo sequel ribalta la prospettiva: non è più una giovane donna a dover adattarsi al sistema, ma un intero sistema sull’orlo del collasso che sopravvive grazie al digitale, alle visualizzazioni online, agli eventi dal vivo e l’intelligenza artificiale rappresenta una minaccia incombente. Le passerelle non sono più un impero intoccabile. La carta stampata è in declino, gli inserzionisti dettano legge e l’autorità di Miranda si scontra con la realtà di finanzieri multimiliardari indifferenti alla moda, “vestiti in poliestere al 100%”, come ironizza Nigel.
Gli stessi outfit di extralusso, gli stessi appartamenti con vista sui grattacieli, lo stesso tono da commedia newyorkese, come premesso con l’unica variazione dei cammei italiani (Dolce e Gabbana, Donatella Versace, Brunello Cucinelli e la Milano Fashion Week con improbabile cena di gala a Santa Maria delle Grazie). Ma questa volta poco funziona davvero perché i due decenni che separano i due film sembrano aver creato il vuoto in una Hollywood che non osa più nulla, ossessionata dal politicamente corretto: magari il primo quarto d’ora farebbe ben sperare con Miranda ancora brillantemente insopportabile e Andy ed Emily trasformate in donne e professioniste determinate; peccato, però, che man mano che la prima diventa fragile, quasi tenera il film perde il suo umorismo e la sua ragion d’essere, costretto a conformarsi ai tempi come se fosse obbligato a farlo. Qualche esempio? Il cameo inconsistente di Kenneth Branagh nella parte del compagno/badante di Miranda e il bolso partner assegnato di punto in bianco ad Andy. Lady Gaga che viene ingaggiata per una sequenza inutile e una canzone qualsiasi, salvo poi a ricorrere a “Vogue” di Madonna per riattizzare l’appeal della colonna sonora; il duello Andy-Emily basato sul fatto che la “sorellanza” soccombe spesso alla brama di potere mitigato da un femminismo all’acqua di rose. Dal punto di vista dello spettacolo il regista se la cava col minimo del mestiere (un’inquadratura fissa poi una ripresa con il drone e così via all’infinito) e gli abiti stupendi per audacia e genio sartoriali (tra cui si distingue la giacca con i pon-pon di Miranda), ragione per cui l’atteso sequel non è affatto sgradevole però insipido come un menu ospedaliero.
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
COMMEDIA – USA 2026 **
Un film di David Frankel. Con: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Justin Theroux



