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Pubblicato il 21 dicembre 2017 | da Valerio Caprara

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Wonder

Wonder Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Affetto da una grave malattia congenita che ne deforma le fattezze, il piccolo Auggie affronta coraggiosamente le durezze dell'inserimento nella comunità dei "normali" anche grazie alla strenua solidarietà della famiglia.

2.5


Se si sceglie un titolo come “Wonder” – che si sviluppa tutto sui temi del grave handicap fisico e degli atteggiamenti tenuti dalle persone nei confronti della diversità – è scontato aspettarsi una robusta dose di emotività a rischio costante di pietismo e didascalismo. Fortunatamente, però, la smaliziata sceneggiatura a più mani ricavata dall’omonimo bestseller di R. J. Palacio aiuta il film a non consegnarsi senza opporre un minimo di resistenza all’inevitabile invadenza di tali melodrammatici ingredienti, peraltro contenuti anche dalla qualità e la concentrazione di un cast importante. Non a caso il regista Chbosky, già autore di “Noi siamo infinito” tratto dal proprio bestseller fortemente compenetrato nell’universo degli adolescenti, vi sperimenta una tecnica di narrazione che cerca di smarcarsi da quelle di routine nel cosiddetto medical drama puntando sull’alternanza dei punti d’osservazione di volta in volta attivati attorno al piccolo Auggie: una sorta di tela psicologica e caratteriale che identifica i personaggi attraverso i rispettivi rapporti con un decenne mostruoso e prodigioso nello stesso tempo.

Il protagonista, infatti, ha il volto devastato da una congenita malformazione del cranio a cui sono seguite qualcosa come ventisette operazioni, ma la pressoché insostenibile condizione non gli ha impedito di sviluppare una mente vivace e perspicace: allevato e protetto nell’intimità domestica, dove la madre, il padre e la sorella hanno in vario modo provveduto alla sua –per quanto possibile normale- educazione, dovrà affrontare una serie di tremende sfide al momento dell’obbligata iscrizione al corrispettivo scolastico della nostra prima media. Non manca, naturalmente, il ricorso a blande iniezioni d’umorismo che cercano di equilibrare i momenti di crudeltà pura, per esempio quelli legati ai tormenti inflitti ad Auggie dalla perfidia dei coetanei inclini al bullismo; ma, ritornando al ruolo cruciale degli attori, è provvidenziale per non fare affondare il film nella melassa la cronometrica efficacia delle recitazioni messe in campo da una Roberts particolarmente motivata, un disinvolto Wilson e ovviamente dal piccolo grande Tremblay, già superlativo nel ruolo del bambino cresciuto nella tana dell’orco stupratore della madre nel disturbante prologo di “Room”. Certo, nel caso fosse giusto od opportuno chiedere un parere agli appassionati più competenti, verrebbero subito in luce i penalizzanti paragoni con film di ben altro spessore poetico e stilistico: non col classico “Freaks” che non c’entra niente, bensì con “The Elephant Man” di Lynch (’80) e “Dietro la maschera” di Bogdanovich (’85) in cui la presa diretta, invece che sull’esteriorità immediata e vagamente ricattatoria dei fatti, agisce sulle corde profonde di un’incoercibile dignità umana costretta a farsi largo in un oceano di umiliazioni e di dolori.

WONDER

Regia: Stephen Chbosky

Con: Jacob Tremblay, Julia Roberts, Owen Wilson

Genere: drammatico. Usa 2017

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