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Pubblicato il 29 novembre 2019 | da Valerio Caprara

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Una condonabile fitta di nostalgia

VALERIO CAPRARA – Sez. B maturità 1966

Lo slargo della funicolare, una leggera curva ed ecco apparire il rettilineo sul quale i ragazzi sostano a gruppetti mentre inesorabilmente scorrono gli ultimi minuti prima dell’appello. Tra poco saremo tutti in classe nell’edificio spoglio, ma non austero o lugubre, che sovrasta la tranquilla stradina contornata da giardini, palazzine e villette…

L’anagrafe può tirare brutti scherzi e tramutare in rimpianto la materia più scialba del vissuto, ma nel caso del “mio” Sannazaro un ottimo antidoto al trucco è fornito dagli anni dell’ambientazione, il nucleo un po’ avventuroso un po’ miracoloso un po’ cialtrone dei Sessanta. Voglio dire d’essere stato tutt’altro che uno studente valoroso (italiano scritto e orale esclusi) o un esempio di disciplina, ma un adepto dello spirito dei tempi sicuramente sì. Posso pertanto accedere al vizio e alla virtù della memoria con qualche buon motivo, con la consapevolezza, per esempio, che comportamenti, caratteri, modi di essere e di pensare di professori e alunni –respinti o recepiti dal groviglio dei miei spericolati sentimenti- si stavano, in effetti, conformando a un’alchimia storica che sarebbe stupido misconoscere almeno quanto mitizzare.

Se sono stato, insomma, un “sannazarino” autentico, è perché mi sentivo parte di una comunità e ho condiviso tutte, ma proprio tutte le euforie, le conquiste e le scoperte che riproducevano nell’alveare di Viale delle Acacie quelle in atto nel quartiere borghese collinare, nella città difficile ma non ancora incanaglita, nell’intero paese e quindi nell’oecumeneoccidentale in travagliato quanto fecondo mutamento. Un quadro certo non esclusivo, eppure abbastanza vivido, mosso e imprevedibile da poter raccogliere senza forzature i dettagli ricostruiti dalla memoria involontaria, quella che s’insinua nella mente con immagini tanto fugaci quanto incredibilmente nitide. Per esempio le uscite del professore d’italiano Sammarco, assai avanti con gli anni, ma dotato di uno spirito arguto e a suo modo irriverente, le rampogne del severo e alquanto mesto docente di latino e greco Arrigoni, i duelli dialettici con lo scarmigliato archimede pitagorico di storia e filosofia Schettini o le diatribe calcio sì/calcio no con lo spavaldo Ciotti di educazione fisica. Due pungenti flashback mi riportano poi in mente puntualmente la mitica Girosi di storia dell’arte e il caustico Finelli di chimica e scienze… La prima, solitamente e stranamente benevola nonostante non fossi un asso nei quiz con le cartoline artistiche (il suo mustd’interrogazione), che mi scopre distratto mentre spiega e m’invita con l’insistente voce a falsetto a non fare “l’asin bigio” (quello di Carducci che se n’infischia del progresso e pensa solo a rosicchiare il suo cardo) e il secondo che mi manda urgentemente a chiamare da un’altra aula e quando mi presento –col cuore in gola per innata cattiva coscienza- mi apostrofa ben conoscendo certe mie abitudini poco scolastiche: <Caprà, tenisse ‘o Corriere d’o Sport?>.

I miei più cari amici –non solo compagni di scuola- sono stati innanzitutto Franco Amalfitano, animo sensibile, fine letterato, abbonato ai raffreddori (<naso, petto, gola> era la sua spietata e ricorrente auto-diagnosi), spirito erratico e anticonformista in netto anticipo sui tempi; poi Claudio Picardi (quante eroiche nottate dedicate, ahimé, più che allo studio, all’analisi del campionato e all’immancabile duello Roma-Napoli), l’assennato, gentile e diligente Guido Canetti, va da sé il preferito di mia mamma, l’ironico e lieve Giorgio Amitrano, col quale era bello studiare sul magnifico terrazzo frondoso al Corso Vittorio Emanuele e Gino De Santis detto “il tappo”, indiscutibilmente il più simpatico e ridanciano della classe; quindi il grande calciatore nonché elargitore d’essenziali insegnamenti (come gestire la mentalità delle ragazze, come nascondere d’inverno il pullover sotto la camicia ecc.) Alfredo Fino, l’altissimo e fidanzatissimo Maurizio Parascandolo e il disinvolto, ottimistico, ben introdotto e inesauribile organizzatore di feste e balletti Rino Capodanno. Ma un certo feelingl’avevo stabilito anche con il “reazionario” Claudio de Nucci, il veneziano e generoso Giorgio Sandorfi, lo spilungone sempre disponibile Iulius Troise e, tra le ragazze, le studiose e stimate Maria Lucia Luongo, Marilena Mercogliano e Giovannella Forte insieme alla schiva e sognatrice Luana Cuccurullo. Mentre l’aspetto più curioso e commovente sta nel fatto che, a guardar bene, nello stesso quadro d’insieme s’incastonano i deliziosi cammei di due fanciulle: la compagna di classe M. R., poi emigrata per la maturità altrove, alla quale dedicai per lungo tempo tutta la passione possibile a quell’età tumultuosa ed esaltante e l’allora sconosciuta Marosella (Di Francia, vedi alla maturità 1964 della sez. E), che avrei sposato nel ’76 e in un’interrotta linea d’amore sarebbe diventata la mia stessa ragione di vita.

E’ sottinteso che al di fuori della sezione B abbia incrociato persone memorabili come Pino Wilson, acrobatico dominatore delle accanite partitelle nel campetto del Sant’Elmo nelle mattine di vacanza o di filone; Giuliana Videtta, ragazza intelligente e dolcissima che illuminò gli azzardi scenici del club artistico-godereccio che fondammo dopo la maturità in via Mario Fiore; Rosa Di Lauro, che faceva girare la testa a tutti con la sua flessuosa silhouette e il suo sorriso sfottente; Sergio Iodice, star della squadra di basket della quale m’improvvisavo fanatico supporter negli incontri/scontri con i quintetti delle scuole periferiche o “proletarie”; Mauro Giancaspro, con cui feci conoscenza in una stanza del commissariato di P.S., dove eravamo stati trattenuti per qualche ora in seguito all’ennesima scaramuccia tra rossi e neri nelle strade vomeresi; Emiddio Novi, che indossava, appunto, la casacca dei miei nemici acerrimi, ma mi appariva già d’allora una testa pensante dallo spigoloso e intenso fascino. Dall’epifania nazionale di partecipazione giovanile e ridefinizione dei vecchi schieramenti discendevano, in effetti, una serie di equivoci grotteschi perché in fondo ci addestravamo al Sessantotto giocando a rivivere le gesta romanzesche dei Ragazzi della via Pal… Come quando, la mattina in cui era arrivata la notizia del tragico attentato di Dallas, proprio Wilson s’avvicinò minaccioso digrignandomi in faccia: <bastardi comunisti, avete ammazzato Kennedy>. Ovviamente non ce l’ho mai avuta con il grande terzino e stopper per il plateale abbaglio (casomai gli rimprovererei, da accanito e sempiterno tifoso romanista, di avere sviluppato la carriera nell’altra squadra della capitale), anche perché negli anni successivi il pregiudizio, la faziosità e l’odio come sostituto della battaglia delle idee hanno fatto molti passi avanti e spesso nella direzione politica opposta.

Non faccio il poeta o il sociologo, quindi non proverò a trarre alcun significato universale o statistico dal semplice amarcord che ogni ex liceale potrebbe o dovrebbe concedersi. Posso solo giustificarmi nel segno della peculiare, sottile libertà generata dal ricordo: come ha scritto Claudio Magris la memoria creativa guarda avanti, porta, sì, con sé il passato, ma solo per salvarlo e portarlo in quella patria che ognuno crede di vedere nell’infanzia e si trova invece alla fine del viaggio.

 

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