Recensioni

Pubblicato il 30 novembre 2019 | da Valerio Caprara

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Un giorno di pioggia a New York

Un giorno di pioggia a New York Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Fidanzatini appartenenti all'upper class di provincia sono entusiasti di trascorrere il week-end a New York City, ma i giochi del caso e i ripetuti fraintendimenti scompigliano i loro piani e un po' anche i loro sentimenti.

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Come ha scritto un recensore francese, “Woody Allen en verve”. Proprio così: nel suo cinquantatreesimo film da regista WA esprime uno stato di forma mentale, percettivo ed emotivo squillante, scomponendo e ricomponendo il girotondo agrodolce di “Un giorno di pioggia a New York” con il rinnovato ricorso a una geometria descrittiva il cui album è lo schermo. Invece di patire o camuffare l’esilità della materia, l’ottantatreenne maestro entra, per così dire, in essa da una prospettiva corale, cangiante, rapsodica in grado di contrarsi o dilatarsi, rallentare o accelerare, avanzare o arrestarsi per ottenere puntualmente l’equilibrio di cui necessita. Per fortuna, insomma, non ha niente di arzigogolato o inconsueto da proporre o imporre: i personaggi sono colti in una fase perplessa e precaria della propria esistenza; le ragazze sono maliziose, entusiaste e incolte, i ragazzi pedanti e blasé, gli adulti irresponsabili e gli artisti depressi; le coincidenze e i contrattempi nel tempo conciso dello svolgimento risultano buffi, incresciosi e alla fine spesso amarognoli e deludenti; il fondale ideale su cui rincorrersi, chiacchierare, ingannarsi è sempre quello della Grande Mela. Ed è incredibile annotare al proposito come la metropoli/mondo più consumata della storia del cinema –tra l’altro pochissimo attualizzata, se si escludono l’apparizione di qualche smartphone o i riferimenti alla cosiddetta gentrificazione, la trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio- venga ancora una volta filmata con quella “prossimità” di cui solo l’autore possiede il segreto.

Novantadue minuti in punta di scrittura e di cinepresa, che i padroni di Amazon avevano censurato per paura degli agguati in clima #MeToo e sono diventati di proprietà del regista in seguito alla minaccia di una causa milionaria, in cui sarebbe facile e anche esibizionistico reperire similitudini nobili (Cukor, “Bulli e pupe”, addirittura Marivaux, Cechov e Fitzgerald); la verità, peraltro, è molto più semplice perché la cronaca del tragicomico week-end newyorkese irrorato da una dispettosa pioggerellina vissuto da una coppia di fidanzatini upper class di provincia ha il sapore, come premesso, del tipico concentrato alleniano di battute pungenti (“Lei viene dall’Arizona? Ma lì di che cosa parlate, di cactus?”), comprimari all’altezza (come la mamma del protagonista titolare di un monologo sconcertante e incisivo), omaggi double face al mito del cinema, la classe del jazz che fa capolino tra le frenesie del vaudeville e le luci eleganti curate dal grande Storaro stavolta senza eccessivi autocompiacimenti. Non a caso le uniche note stonate stanno nel doppiaggio italiano che non rende giustizia ai toni crepitanti dei dialoghi originali e nell’antipatia generata da Chalamet che, oltre ad avere vergognosamente ripudiato il film perché prono al polverone persecutorio alzato contro il sia pure scagionato a ripetizione regista, è uno scialbo alter ego del folletto yiddish che era solito interpretare personalmente le migliori delle sue inimitabili autofiction.

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

COMMEDIA, USA 2019

Regia di Woody Allen. Con: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Cherry Jones, Kelly Rohrbach

 

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  • Sergio Zucchelli

    Orrendo. Lento e banale. Circa 90 minuti di sonno assoluto.

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