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Pubblicato il 18 settembre 2017 | da Valerio Caprara

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Tributo a Henry Dean Stanton

Ripreso dal cielo un puntino scuro si muove nell’abbacinata immensità del deserto. E la chitarra di Ry Cooder fa entrare nell’anima dello spettatore lo strazio del vagabondo in anticipo sul primo piano: infagottato in un lacero abito con camicia e cravatta, la barba lunga e un cappellino rosso in testa, Harry Dean Stanton s’incarna così in Travis, il marito e padre impazzito del capolavoro diretto da Wenders e scritto da Shepard “Paris, Texas” (1984). L’attore americano, morto ieri a Los Angeles all’età di 91 anni, rischia di essere ricordato quasi solo per il suo primo e pressoché unico ruolo da protagonista, ma questo è uno dei casi in cui i cinèfili possono, anzi devono dare una scossa alla routine dell’informazione.

Nato a West Irvine, Kentucky, il 14 luglio 1926, Stanton è stato, infatti, uno dei più grandi caratteristi del cinema americano di tutti i tempi, una presenza straordinariamente intensa che ha contribuito e continuerà ad alimentare per sempre il culto di film come “Pat Garrett & Billy the Kid”, “Il padrino – Parte II”, “Alien”, “1997: Fuga da New York” “L’ultima tentazione di Cristo” o “”Dillinger”. Tenendo testa a divi del calibro di Brando, Nicholson, Hoffman e Newman o rifinendo alla perfezione personaggi collaterali di perdenti o anticonformisti, l’attore che si fece valere anche come cantante –indimenticabile la versione di “Just a Closer Walk with Thee” eseguita in “Nick, mano fredda”, così come l’esecuzione di “Everybody’s Talkin” accompagnata alla chitarra da Johnny Depp e Kris Kristofferson nel corso dello show dedicatogli l’anno scorso a Los Angeles- non ha fatto distinzione tra film milionari e film indipendenti, rimodellando in maniera sublime la maschera emaciata, gli occhi saettanti, la figura ossuta, le movenze convulse sulle decine e decine di cowboy, gangster, sbirri, militari, sbandati che tramandano l’autentica gloria di Hollywood.

Debuttante nel remoto ’56 nell’hitchcockiano “Il ladro” non a caso è stato un professionista caro a registi assai esigenti –da Peckinpah a Milius, da Coppola (a cui è stato legatissimo anche in privato) a Penn, da Huston a Carpenter, da Wenders, appunto, a Lynch che lo ha adorato e gli ha affidato ruoli significativi in “Cuore selvaggio”, “Fuoco cammina con me”, “Inland Empire” e soprattutto la nuova serie di “Twin Peaks”. Non sorprende, infine, che Bob Dylan lo abbia voluto in “Renaldo and Clara”, che il regista, già critico specialista del cinema americano, Tavernier lo abbia utilizzato in “La morte in diretta” e neppure che un cultore di cinema come Sorrentino l’abbia reinventato in “This Must Be the Place” nell’identikit di Robert Plath, l’ex pilota che inventò la valigia conosciuta come trolley.

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