Recensioni

Pubblicato il 6 agosto 2017 | da Valerio Caprara

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The War – Il pianeta delle scimmie

The War – Il pianeta delle scimmie Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Cesare, in barba agli umani guerrafondai, conduce la tribù delle scimmie verso la libertà

2.8


Forse è meglio che si consegni un bell’Oscar ad Andy Serkis e si chiuda definitivamente con la distopia delle scimmie. Vogliamo dire, insomma, che il paradosso a cui è giunta la saga fanta-cinematografica inaugurata nel 1968 (“Il pianeta delle scimmie” di F. J. Schaffner trasposto dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle) è quello di proporre exploit sempre più rivoluzionari della tecnologia digitale infiacchendo progressivamente le soluzioni di sceneggiatura e la peculiarità dello stile. Non è una boutade, infatti, considerare il personaggio dello scimpanzé parlante e pensante Cesare, reso grazie ai miracoli della “motion capture” dal cinquantatreenne attore inglese con un’intensità espressiva da brividi, un legittimo concorrente dei divi più ammirati e premiati degli ultimi anni; così come è innegabile che, specie nel caso di quest’ultimo capitolo della trilogia di reboot (riavvii), si cincischia un po’ troppo alla ricerca di significati stentorei e si pesca a piene mani con troppa faciloneria nel repertorio dei generi d’avventura ultraclassici (western, guerra, storico-mitologico ecc).

In questo senso l’epico esodo della gente scimmiesca verso la terra promessa che costituisce il nerbo di “The War – Il pianeta delle scimmie” non rende onore all’ampia gamma delle possibili emozioni, ma si limita a innescare con appropriata cadenza le potenti sequenze di battaglie e persecuzioni, duelli individuali e fughe di massa in cui il blockbuster dà il meglio di sé: fino a quando, peraltro, il regista Matt Reeves non decide di buttarsi a capofitto nella pedissequa imitazione di “Apocalypse Now” con tanto di colonnello paranoico McCullough/Harrelson arroccato in un avamposto ribelle alla maniera di Kurtz/Brando. Certo ci si può anche compiacere –avendo in sommo fastidio la venerazione del cinema cosiddetto d’autore- del fatto che in fin dei conti l’incalzante montaggio trascini di più dei dialoghi concettosi, la computergrafica metta in sordina gli slogan anti-suprematisti (c’è persino il muro di Trump), i sensori applicati sotto il grugno di Cesare funzionino più delle intemerate ecologistico-iettatorie. Però la nostalgia per l’originario, sorprendente e fragrante spirito romanzesco s’insinua sotto la pelle dei cinéfili che hanno la colpa di pretendere metafore meno raffazzonate e soprattutto di essere adulti.

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