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Pubblicato il 26 maggio 2019 | da Giuseppe Cozzolino

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THE SERIAL LAB: Appunti su GOMORRA Stagione 1

Prende il via una nuova Rubrica, a cura degli Allievi e Docenti del laboratorio “The Serial Lab”, a cura di Valerio Caprara e Giuseppe Cozzolino, dedicata all’analisi del meglio della Serialità italiana ed internazionale. Cominciamo da “Gomorra Stagione 1” analizzata da Antonio Cardellicchio.

 

NERO DI NAPOLI

A cura di Antonio Cardellicchio

Strepitoso successo e mare di polemiche. Trionfo meritato di pubblico e esperti, ondate di polemos strumentale, dal politicamente corretto al moralismo senza morale. Solo ai margini discussioni nel merito.

Serie filmica di straordinario impatto visivo, di incisiva concatenazione narrativa, di folgorante bellezza formale, con una sua classicità che ha saputo alimentarsi dalla memorabile tradizione della gangster story e del noir americano, senza replicarlo ma con l’invenzione di una sua forza stilistica adeguata alla tipica realtà mediterranea del crimine napoletano.

Risalta la qualità della regia di Stefano Sollima, di sceneggiatori, attori, produttori. Lo stesso titolo Gomorra acquista più un senso biblico-proustiano, distaccato da quello del libro di Saviano.

L’aggressione polemica da autorità politiche e giudiziarie ha presentato la serie come una esaltazione immorale della condotta criminale. Rivela invece una mentalità da Minculpop, una volontà censoria (intenzionale e inintenzionale) che nega in radice la libertà e il diritto-dovere dell’arte-industria della creazione seriale e l’indipendenza del linguaggio audiovisivo.

Il paradosso è che invece proprio “un’arte” di propaganda, una tv edificante, una pedagogia di stato alimentano, con la loro evidenza fasulla e il loro buonismo irreale, un clima sociale favorevole all’ammirazione per le “imprese” criminali.

Mentre il realismo spietato, la nerissima, cruda, implacabile, fredda rappresentazione stilistica rivela un mondo disperato, folle, di una cupa super- oppressiva, totalitaria realtà, di violenza e terrore permanenti, un regno della morte come mezzo e come fine, la notte più nera dei diritti e della dignità-libertà umana.

Una verità artistica capace di dispiegarsi nella sua autonomia espressiva riesce a rappresentare vertici e vortici di crudeltà e disumanità, arriva dove non arrivano sociologia, politica e moralismo. La nuda rappresentazione ha una sua moralità intrinseca che esclude predica e messaggio.

Quando il procuratore Gatteri disse contro questa serie che l’arte deve essere educazione o il pomposo “sindaco di piazza” dichiarò: “dopo ogni puntata di Gomorra c’è una stesa in più” o non sanno di cosa parlano o rivelano la loro miserabile idea di un’arte di propaganda, tipica dei regimi totalitari. L’immaginazione esprime la realtà molto meglio della riduzione sociologica, della maschera politica, del docu-film.

Scampia, Secondigliano, periferie di Napoli, il clan dei Savastano in guerra con quello di Salvatore Conte per il potere criminale nei territori. Catena di violenza, morte, odio, spaccio, ultra-pacchianeria esibita, vite blindate, ossessione militare. Una realtà funerea vista da debita distanza che non illustra le discutibili tesi del libro di Roberto Saviano: essere la camorra una degenerazione del capitalismo. Il film di Matteo Garrone e questa serie mostrano una fenomenologia di eventi e personaggi caratterizzata da una lotta per il potere, rapporti tra soldati e comandanti, monopolio della violenza illegale, in un humus pre-capitalista e anti-capitalista. “Un mondo senza pietà con un cuore selvaggio” come dice Lula a Sailor in “Cuore selvaggio” di David Lynch.

Un mondo nemico dell’imprenditorialità, della libertà economica e civile, che crea “uno Stato parallelo” fondato sulla catena comando-obbedienza, antagonista e anche connivente con le istituzioni politiche statali. Scrive Saviano:“L’organizzazione criminale coincide direttamente con l’economia, la dialettica commerciale è l’ossatura del clan” (p.48). A noi pare che la serie mostri invece un potere criminale che distrugge la libera iniziativa economica, militarizza il territorio. Economia e dialettica commerciale sono mortificate dal monopolio della violenza criminale. Anche la parte documentale di Saviano smentisce le sue stesse tesi generali. Ad esempio, quando scrive che:

“Ben settantuno comuni in Campania sono stati sciolti dal 1991 ad oggi” per infiltrazione camorrista, mostra che prevale una questione di potere pubblico. Scrive di “liberismo totale e assoluto” e di mercato autoregolato per il traffico di droga (p.79). Ma tale traffico prospera in una situazione proibizionista e tra lotte sanguinose per la spartizione dei territori. Infatti, altrove scrive: “È guerra… tutti sanno con certezza che sarà terribile e lunga. La più spietata che il sud Italia abbia mai visto negli ultimi dieci anni” (p.91) e “La Campania è il territorio con più ammazzati d’Italia, tra i primi posti al mondo” (p.95). Tante sue pagine descrivono scene di guerra, fortini, territori militarizzati, “come se uno Stato avesse subito un golpe” (p.109).

L’autore esprime un suo schematismo ideologico: “La logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero del boss coincide con il più spinto neoliberismo” (p.128). Ciò equivale a definire le guerre dei boss come dei “gentlemen’ s agreement” e a chiedersi come accada che in situazioni stataliste e dirigiste come Campania e Sicilia camorra e mafia siano tanto forti.

Le lucide sequenze della serie rappresentano una guerra accanita per un potere assoluto, in una logica totalizzante simile a quella dell’amico-nemico tipica dell’aggregazione politica, cuore della geniale scienza politica di Carl Schmitt. Qui non c’è traccia di libera iniziativa, regime concorrenziale, obbligo contrattuale, cioè le regole di condotta di quel mercato che viene demonizzato. Di demoniaco ci sono i bambini militarizzati, uccisori e uccisi, ordinaria ferocia di realtà quali hitlerismo, maoismo, PolPot, Isis.

Un male invasivo e pervasivo che arriva all’autodistruzione.

Un inferno di sangue, una maledizione tossica, una terra travolta dall’odio, una dismisura del disumano.

 

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