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Pubblicato il 4 febbraio 2018 | da Valerio Caprara

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The Post

The Post Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Nel 1971 il quotidiano conduce un'impavida battaglia contro l'opinione pubblica conservatrice e l'amministrazione Nixon a causa della pubblicazione di uno scottante documento top-secret sulle presunte bugie dei presidenti Usa sulle ragioni della guerra in Vietnam.

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“E’ la stampa, bellezza, la stampa. E tu non ci puoi far niente, niente”, la battuta in bianco e nero di Bogart al termine di “L’ultima minaccia” sembra echeggiare lungo tutti i 116 minuti di “The Post”, il nuovo film dello stakanovista Spielberg tra i favoriti della prossima edizione degli Oscar. Il surplus di vitamine retorico-democratico-americane a suo tempo conferitogli dal regista Brooks vi resta, in effetti, intatto nel segno della continuità del filone giornalistico hollywoodiano, ma è anche vero che l’accluso richiamo all’attualità qualche dubbio nello spettatore lo semina. E non tanto sul piano strettamente politico, che ribadisce la strenua lotta condotta dai vip democratici come re Steven e i protagonisti Hanks e Streep contro l’amministrazione Trump e in particolare contro le posizioni del presidente sulle “fake news”, quanto sulla cruciale funzione del giornale cartaceo, certamente gloriosa ma ma oggi minata dalla vorticosa e incontrollabile mutazione del sistema mondiale dell’informazione. L’acme della trama, per fare solo un esempio, è raggiunta da Spielberg dettagliando con la consueta abilità da narratore nato l’intera catena di fabbricazione di un quotidiano all’alba degli anni Settanta e facendo sì che il montaggio alternato renda euforico il gioco di squadra tra proprietari, capi, sottocapi, reporter, correttori di bozze, tipografi, fattorini… Va benissimo al proposito la nostalgia canaglia, ma al confronto bubboni recenti come quello Assange/WikiLeaks rischiano di fare retrocedere il film nella mitografia.

Sapremo tutto, così, del rapporto top-secret di settemila pagine commissionato nel 1967 da McNamara da cui emergeva come ben quattro presidenti Usa (compreso l’amato Kennedy) avrebbero mentito al paese a proposito della guerra del Vietnam: dapprima insabbiati, i cosiddetti Pentagon Papers furono trafugati nel ‘71 e consegnati al “New York Times” peraltro subito bloccato dalla Corte Suprema. Tre giorni dopo, però, il meno forte e autorevole “Washington Post” riprese lo scoop e procedette incurante di minacce e polemiche alla loro pubblicazione integrale, permettendo alla ricostruzione spielberghiana d’inanellare una serie di stentoree battute in cui l’editore e il direttore ovvero Streep e Hanks si ergono come ennesimi epigoni bogartiani. Dove si percepisce di più –e non si sa se sia proprio un bene dal punto di vista creativo- l’ancoraggio al presente è nella figura della mattatrice capace d’assumersi responsabilità colossali in barba a un mondo biecamente sessista: vedi la sequenza sin troppo plateale in cui la Streep scende le scale dopo avere domato un’assemblea di soli uomini facendosi largo tra una siepe di donne che la guardano con un misto di rispetto, timore, fierezza e invidia.

THE POST

Regia: Steven Spielberg

Con: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk

Genere: Drammatico. Usa 2017

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