Recensioni

Pubblicato il 14 febbraio 2020 | da Valerio Caprara

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Sulla nuova serie ZeroZeroZero

Magari il noto slogan discreditante inventato per Saviano – più o meno “s’è fatto i soldi infangando l’immagine di Napoli”- dovrà essere giocoforza accantonato. Il motivo sta nel fatto che quando da venerdì prossimo la nuova serie tv battente bandiera americana e francese e prodotta da Sky, Amazon e Canal+ comincerà a macinare numeri da record di ascolti risulterà ancora una volta evidente che lo scrittore napoletano – di cui, sia chiaro, non apprezziamo gli atteggiamenti oracolari né i proclami  politici – non fa sconti a nessuna consorteria malavitosa, a cominciare dalla ‘ndrangheta calabrese. Dal suo romanzo-inchiesta del 2013 intitolato “ZeroZeroZero” e incentrato sul traffico internazionale della cocaina sono stati liberamente tratti, infatti, otto episodi di un autentico kolossal che ha avuto la fortuna di contare su Stefano Sollima in veste di ideatore insieme a Leonardo Fasoli e Mauricio Katz nonché di regista dei primi due episodi presentati in anteprima all’ultima Mostra di Venezia. Parliamo di fortuna perché il cinquantatreenne figlio del regista e sceneggiatore Sergio s’era già dimostrato (perlomeno ai critici che furono in grado di accorgersene) un gigante autarchico del genere crime e d’azione di cui stravolse i canoni stilistici nei cult del piccolo schermo “Romanzo criminale” e “Gomorra”. Nel caso di quest’ultimo exploit, il regista romano ha tirato la volata a una sfida di respiro internazionale che ha riunito in un complicato e costoso progetto location, cast e produttori di continenti diversi e ha trovato una chiave che sicuramente piacerà al pubblico per la sua cadenza epica e la sua omogeneità di suspense. Basta anticipare che la trama si sviluppa su locations situate ai lati opposti del mondo, ma anche su tre piani temporali differenti tallonando i ventuno giorni di viaggio di un carico di cocaina venduto dai messicani, acquistato dai calabresi e trasportato dagli americani.

Tre capitoli dedicati rispettivamente ai venditori, gli intermediatori e i compratori per una discesa negli abissi della morte e del denaro, un gioco di mortiferi scacchi degno del cult “Sicario” di Villeneuve a cui Sollima s’è certamente ispirato, un intrico di sottotrame trascinate in un vortice di sangue, tradimenti, trappole e guerriglie fratricide interpretate da personaggi folli, cinici, corrotti, torbidi e crudeli: uno dei segreti dell’enorme efficacia dell’operazione sta ovviamente nell’alta qualità dello storytelling, garanzia di un racconto costantemente “aperto” grazie a cui il nutrito team degli sceneggiatori ( tra cui gli affiatati Leonardo Fasoli e Stefano Bises) riesce a rendere drammaticamente credibile il fenomeno del cambiamento -quasi sempre in peggio- generato negli individui e le comunità entrati in contatto con il mercato del “petrolio bianco” gestito dagli imperi a mille facce del narcotraffico. Gli altri meriti che gli spettatori da salotto, peraltro diventati ormai esigenti, non mancheranno di cogliere sono costituiti da un cast cosmopolita di grande livello, composto com’è da attori messi in grado di fare prevalere l’impeccabile professionismo sulle luminarie del divismo nonché da un apparato tecnico formidabile in cui non sai se ammirare di più la fotografia di Paolo Carnera, il montaggio di Hervé Schneid o la colonna sonora di Mogwai. Un’ultima tessera, tenuta in disparte e per noi l’unica veramente negativa del puzzle, sta nella connotazione fortemente e superficialmente non tanto anticapitalista, quanto antiamericana e antioccidentale impressa alla visione globale di questa contemporanea emergenza criminale. E’ chiaro che se Sollima si fosse limitato a scatenare l’inferno di una condizione dominata dalla dannazione apocalittica dell’avidità e la voglia di sopraffazione connaturate alla natura umana sarebbe stato rampognato e additato come cineasta se non di destra, commerciale, disimpegnato e nichilista. Col pericolo che a qualcuno potesse poi saltare in testa d’accusarlo di “fare i soldi infangando l’immagine del mondo”.

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  • Raffaele Abbate

    Ho visto on demand SKY le prime due puntate. Ho apprezzato. Non è un’altra Gomorra in salsa calabrese. Abbandonati i quartieri spagnoli, qui il respiro si amplia: dagli antichi clan calabresi, in cui c’è uno scontro generazionale tra vecchi e giovani boss, si arriva ai funzionari corrotti sudamericani, fino a un’apparentemente rispettabilissima famiglia di imprenditori americani. Il filo conduttore tra tutte queste storie e questi continenti è bianco. Come la cocaina.
    Scene d’azione girate senza risparmio di mezzi, tanto per dire: una nave portacontainer, un elicottero, Suv assortiti. Altra caratteristica è la narrazione circolare. Ottimi gli attori con una recitazione mai sopra le righe.
    Anche stavolta Sollima ha colpito il bersaglio, merito anche del soggetto di Saviano
    Sono in attesa delle altre puntate, non me le perderò.

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