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Pubblicato il 16 marzo 2020 | da Giuseppe Cozzolino

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Speciale Home Video: DILLINGER E’ MORTO

Roma una sera d’estate di fine anni Sessanta. Glauco (Michel Piccoli), un disegnatore industriale, dopo aver concluso la sua giornata di lavoro, fa ritorno a casa, ma la moglie, Anita (Anita Pallenberg) è a letto indisposta e sul tavolo l’aspetta un pasto tutt’altro che invitante. Decide allora di prepararsi lui una cena decisamente più succulenta e, mentre va alla ricerca di spezie e altri ingredienti, trova, avvolta in un vecchio giornale, una pistola a tamburo.

L’arma è arrugginita e in una delle pagine del quotidiano, datato 23 luglio 1934, Glauco nota un articolo che racconta la morte del famoso gangster americano John Dillinger, ucciso il giorno prima all’esterno di un cinema di Chicago, dal quale era appena uscito dopo aver visto, assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas, il film poliziesco “Le due strade” con Clark Gable.

La pistola e la storia dell’omicidio prendono così tanto Glauco, che inizia con una passione morbosa a rimettere a posto l’arma: la smonta, la pulisce e, infine, la colora di rosso a pallini bianchi. Nel frattempo, mentre Anita dorme, si prepara una cena davverogustosa e assiste a programmi televisivi banali. Dopo aver mangiato, Glauco proietta degli (apparentemente) insignificanti filmini amatoriali, girati con la moglie e un’amica, mette in scena il suo suicidio e poi fa dei giochi erotici con la cameriera Sabina (Annie Girardot), ma smette quasi subito perché non soddisfatto da quanto gli viene proposto dalla ragazza.

E conclude il vagare senza meta per l’appartamento recandosi in camera da letto, dove uccide la moglie, sparandole tre colpi di pistola alla testa. Intanto si è fatto giorno e Glauco, ripresi i vestiti della sera precedente, pantaloni, camicia, giacca e cravatta, sale a bordo della sua Mini Minor e se ne va via, non prima di aver preso con sé alcuni costosi gioielli della moglie. È difficile non restare indifferenti di fronte a un omicidio così privo di senso. Una domanda sorge nella testa di chi vede il film: perché?

Marco Ferrari, regista di questo film considerato fra la sue opere migliori, non fornisce alcuna spiegazione razionale, semplicemente perché non c’è un vero motivo, profondo, meditato. Il gesto è “figlio” dell’alienazione mentale di cui soffre l’intera società occidentale, qui rappresentata dal protagonista, un bravissimo Michel Piccoli, a cui il regista concesse ampia autonomia per interpretare il personaggio come meglio riteneva opportuno, limitandosi a fornirgli solo alcune indicazioni .

Il monologo del collega di lavoro del protagonista, Gino Lavagetto, somiglia a un manifesto politico di denuncia sociale dei limiti del capitalismo e della società del benessere, che produce un clima così tossico, così omologante da costringere le persone a portare una maschera per sopravvivere, per fingere di vivere bene, accettando al tempo di stesso di annullare la propria individualità. Parla, infatti, di “Uomo a una dimensione” un testo sacro di Herbert Marcuse, dove viene criticata la “società industriale avanzata”, creatrice di falsi bisogni consumistici, che arriva persino ad imporre il bisogno di divertirsi. Un monologo che avviene dentro un laboratorio di una fabbrica di maschere antigas e continua nell’ufficio della medesima azienda, dove alle spalle di Gino Lavaetto, campeggia una foto di tre uomini il cui volto è nascosta da maschere e Glauco sfoglia una rivista dove sono presenti foto di guerra.

Alienante è anche il paesaggio esterno il viaggio che il protagonista compie per tornare a casa, le strade del quartiere romano dell’EUR, simbolo sì della modernità ma di una modernità senz’anima. Un’alienazione che produce una società senza senso come i programmi televisivi che il protagonista vede, mentresi prepara la cena, banali, incapaci di suscitare interesse, riflessione, accompagnati dalla presenza costante della musica, la quale sottolinea i vari momenti dell’opera. Un vuoto che si espande e mostra tutta la sua forza nei filmini artigianali realizzati da Glauco, un esempio di auto riflessività del cinema, prodotti mediocri (Lavetto li definirà divertenti), che tuttavia rivelano la latente crudeltà del protagonista. Tra l’altro un esempio di auto riflessività del cinema.

Con “Dillinger è morto”, il film più “classico” di Ferreri, si conclude la trilogia di focus dedicata da questo blog al grande regista milanese, ancora oggi non adeguatamente valorizzato, iniziata con “El Cochecito” e proseguita con “La casa del sorriso”. “Classico” perché manifesta tutti i temi che Ferreri ha trattato e tratterà nei film a seguire: l’erotismo, la morte, il cibo e la sua preparazione, la presenza invasiva degli oggetti, il rapporto uomo/donna e la fuga impossibile dal mondo. E, in particolare, quest’ultimo aspetto chiude il film, perché Glauco conclude la sua fuga su un veliero francese, diretto a Tahiti, il quale naviga in direzione di un sole finto, un modo per far intuire che è impossibile fuggire dalla realtà, dalle proprie responsabilità.

DILLINGER È MORTO

Regia: Marco Ferreri

Con: Michel Piccoli, Anita Pallenberg, Annie Girardot, Gino Lavagetto, Carole André

Drammatico, Italia, 1969

Distribuzione DVD in Italia:Cecchi Gori Entertainment (Nuova versione restaurata)

Durata: 91 minuti

 

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