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Pubblicato il 8 novembre 2009 | da Valerio Caprara

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Sidney Lumet a Rimini

RIMINI – “I miei film sono pesanti, gravi, tragici… I suoi saltellano sulla spiaggia”. Sidney Lumet, ottantacinque anni benissimo portati, definisce così il suo rapporto col maestro italiano nel corso dell’incontro con la stampa che ha suggellato ieri l’annuale convegno di studi organizzato dalla Fondazione Fellini, dedicato agli sceneggiatori e doverosamente dedicato alla memoria dell’impareggiabile esegeta Tullio Kezich. Prima di concedersi alla cerimonia ufficiale, nel corso della quale il presidente onorario della benemerita istituzione Pupi Avati gli ha consegnato il premio assegnato nelle precedenti edizioni ad autori del calibro di Scorsese e Polanski, l’autore di quasi cinquanta titoli che hanno contribuito al mito hollywoodiano (da “”La parola ai giurati” a “L’uomo del banco dei pegni”, da “La collina del disonore” al recente “Onora il padre e la madre”) ha esibito una lucidità invidiabile nonché una mancanza di prosopopea purtroppo sconosciuta dalle nostre parti: “Non so scegliere il film a cui sono più affezionato, perché come tutti i registi non voglio che si trasformino in ‘orfani’ tutti gli altri… Posso dirvi che i film di Fellini mi sono sempre piaciuti da morire -“Amarcord” prima di tutti- proprio perché con la loro umanità e il loro senso dell’umorismo riescono a raggiungere una duratura profondità. Penso per esempio alla sequenza finale di “E la nave va”, quando la carrellata all’indietro della cinepresa svela quello che c’è dietro al film, cioè il set dove tutto è finto. Ma nello stesso tempo assolutamente vero””. Vanno poi a vuoto i tentativi di carpirgli una dichiarazione-scoop sullo stato della giustizia in Italia (!) e sul clamoroso arresto del collega Polanski: “Per me nei film il punto chiave è costituito dal linguaggio, dalla tecnica che deve il più possibile puntare all’impeccabile. Tutti i film sono politici, se indagano con coerenza sull’ampia gamma dei comportamenti umani, per questo non mi piacciono le dichiarazioni ideologiche spiattellate in faccia allo spettatore. La riflessione non deve nascere dal ‘politicamente corretto’, bensì dalle motivazioni, dalle azioni e dagli stati d’animo dei personaggi, esattamente come accade nella realtà. In quanto a Roman, è un regista eccezionale. Altro non voglio dire perché qualsiasi cosa io dica, anche la più saggia si trasformerebbe inesorabilmente in gossip”.

Anche sull’attualità del cinema americano Lumet non sposa il rituale pessimismo che aleggia nelle domande: “Non è tutto nero, anzi mi sembra che molti divi e registi oggi coinvolti anche nella produzione esprimano un senso morale molto intelligente e molto penetrante: penso ai Clooney, Damon, Soderbergh che alternano con buona strategia film dal sicuro impatto commerciale con film più personali, polemici e problematici. Il digitale, poi, ha regalato possibilità insperate: usare il ciclo elettronico, a cominciare dall’enorme quantità di materiale che puoi avere a disposizione girando con tre-quattro cineprese contemporaneamente, ci fa diventare tutti come Wyler o Stevens quando sbancavano gli studios con i kolossal da più di trecentomila metri di pellicola”. Qualcuno ricorda come il gagliardo Sidney abbia iniziato col teatro: “Sì, poi ho abbandonato perché come vedete non sono certo bello a vedersi. Però l’apprendistato mi ha aiutato a costruire ogni storia con assoluto rispetto della sceneggiatura, precedendo le riprese con almeno due settimane di prove con gli attori e pensando sempre che un testo di Tennessee Williams o Arthur Miller costituisca una base migliore di un copione improvvisato o d’occasione. Sull’attuale strapotere della tv posso dire soltanto che ha superato di gran lunga l’assunto del mio “Quinto potere”: rendendoci come ‘isolati’, estranei davanti a uno schermo casalingo fa sì, paradossalmente, che l’overdose d’informazioni ci renda più ignoranti e confusi”. Colui che ha raccontato tante Americhe diverse, quale percezione ha oggi del paese? “Obama è una grande, magnifica persona, ma in politica non bisogna mai coltivare speranze esagerate. Tutto sembra remare contro di lui, compreso il suo partito. E’ troppo presto, insomma, per dire se sarà in grado di resistere alle forze ostili”. Prima degli applausi c’è spazio per un minimo quanto commovente cedimento: “Il mio mondo, certo, è stato quello dei mostri sacri alla Fonda, Hepburn, Mason. Ricordo quando andai a salutare Katharine al Radio City Music Hall. La sala era vuota e lei seduta: mi guarda, mi sorride e quando la raggiungo mi bacia e pronuncia la battuta di risposta alla domanda del dialogo che le rivolgevo in palcoscenico dieci anni prima”.

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