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Pubblicato il 14 marzo 2020 | da Valerio Caprara

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Serie tv contro la depressione. Messa in onda di Yellowstone

Come sembrano obsolete le barricate erette dai critici e i festival puri e duri nonché dagli spettatori nostalgici contro il consumo di cinema in tv. E come sembrano, in particolare, pretestuosi gli anatemi, anche quando supportati da disamine di un certo spessore, scagliati contro il sempre più vasto universo seriale. Innanzitutto perché, poche chiacchiere, nei drammatici frangenti attuali un cospicuo antidoto alla depressione e l’autoreclusione tra le mura domestiche generate dalla pandemia è fornito a tutti dalla ricchezza dell’offerta di fiction dei palinsesti generalisti e soprattutto dei canali specializzati e le piattaforme streaming. La sala cinematografica, ovviamente, conserva la sua centralità linguistica e sociale, ma da qui a considerarla in forma di tempio liturgico, intoccabile e insostituibile ce ne corre lo spazio occupato, per fare solo un esempio, da film eccellenti prodotti e programmati dai siti a pagamento come “Roma” o “The Irishman” o da serie memorabili sotto tutti gli aspetti come “Twin Peaks”, “Breaking Bad” o “Il trono di spade”. Inoltre, serva da monito per i cine-talebani sino a poco tempo fa eternamente intenti a sperare che un fulmine incenerisca Sky, Netflix e Amazon, in questo periodo di drammatica difficoltà per il nostro paese, anche in relazione alle misure restrittive connesse alla cultura, il Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione ha potuto non a caso varare un programma di film e serie tv gratis a cui hanno già aderito Rai Play, Infinity, Open DDB e Dplay Plus. Inoltre, trasferendoci nel campo dei servizi online, un benemerito contributo ha deciso di portarlo anche la Cineteca di Milano offrendo l’opportunità di accedere comodamente da casa al suo straordinario patrimonio: in questo modo le visite alla storica library in cui sono attualmente presenti più di 500 titoli (ma ogni settimana continuano a essere caricati oltre 20 film, documentari, spezzoni e materiali d’archivio) hanno toccato finora il picco di settantamila utenti.

Non è solo, però, una questione di bulimia retrospettiva e/o archivistica. Se le tradizionali uscite dei film nel circuito pubblico purtroppo devono segnare il passo, possiamo (si spera provvisoriamente) coltivare una non dissimile né meno fervida attesa degli esordi sul piccolo schermo. Viene a proposito, in questo senso, la messa in onda della prima stagione di “Yellowstone”, la serie prodotta da Paramount Network –che riuscì a svincolarsi in extremis dal contributo produttivo di Harvey Weinstein su cui s’addensavano le prime nubi della sua discesa agli inferi- trasmessa dal giugno 2018 negli States e proseguita in ragione del grande successo di pubblico e a dispetto di non sporadiche riserve critiche anche l’anno scorso (con la terza stagione attualmente in produzione). Il genere è quello del western contemporaneo, ma dalla visione dei primi episodi risulta in ogni caso notevole la possibilità d’impatto con un’audience più vasta, sensibile ai valori dell’epica della frontiera aggiornata agli umori melodrammatici e polemici degli odierni approcci revisionisti. Ideata da Taylor Sheridan e John Linson e diretta e scritta solo dal primo, sceneggiatore di cult come “Sicario”, “Hell or High Water” e “Soldado” nonché regista dell’ottimo thriller “I segreti di “Wind River”, la saga segue le sanguinose, trascinanti, tortuose vicende della scespiriana famiglia Dutton, proprietaria di un ranch nel Montana il cui onnipotente patriarca è interpretato da Kevin Costner. Tornato in possesso, ancorché segnato da nuove e tormentose stimmate, del mitico carisma di cowboy dal volto umano, uno degli ultimi divi di Hollywood prova a ribadire che non esistono i limiti pregiudiziali assegnati all’angustia del teleschermo.

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