Recensioni

Pubblicato il 3 Marzo 2017 | da Valerio Caprara

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Rosso Istanbul

Rosso Istanbul Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Un editor autoesiliatosi a Londra ritorna nella natia Istanbul e cerca di condividere la ricerca del tempo perduto con personaggi che gli sono cari anch'essi, peraltro, destabilizzati dall'incombere di un'ambigua modernizzazione sociale e una minacciosa instabilità politica.

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Il talento visionario di Ozpetek è intimidito nel suo undicesimo film dal forte backgound letterario. Fenomeno strano perché “Rosso Istanbul” è l’adattamento dell’omonimo romanzo semiautobiografico (Mondadori, 2013) in cui il regista, tornato nella città natale lasciata per trasferirsi a Roma quarantuno anni prima, cerca di dialogare con le ombre del passato per esorcizzare la condizione presente di straniero in patria. Peccato, però, che l’intreccio messo in scena introducendo il nuovo personaggio dell’editor Orhan non si discosta come avrebbe potuto dal cinema (presunto) proustiano e quindi non arriva a far vibrare sino in fondo le sia pure sentite corde della sovrapposizione che spesso si verifica a un certo punto della vita tra paura e desiderio, menzogna e verità, realtà e nostalgia. Nell’apprezzabile intenzione di muovere le pedine della storia su una mappa ricca di uscite thriller e altrettante melò, Ozpetek immagina che proprio il tormentato Orhan sia tornato da un prolungato esilio londinese per supportare il regista Deniz nella stesura del suo primo libro: dopo la repentina e ingiustificata sparizione di quest’ultimo –subito intesa, chissà se a ragione, dalla critica come omaggio a “L’avventura” di Antonioni- l’alter ego n°2 dell’autore è costretto a immergersi in un intrico insieme attraente e repulsivo di sapori, colori, sensazioni, passioni etero e omo e sfondi paesaggistici che hanno come fulcro uno “yali”, lussuosa dimora tradizionale sul Bosforo va da sé traboccante di memorie.

Succede che ci si senta attratti dal pellegrinaggio enigmatico e sonnambolico di Orhan, ma che poi a spegnere il coinvolgimento provvedano le frasette saputelle infarcite senza misura nel dialogo. “Tu potresti essere l’uomo che ho sempre cercato”, “Il dolore separa le persone o le unisce per sempre” o la già pluricitata “Chi guarda troppo il passato non vede il presente” starebbero benissimo, infatti, in uno spudorato film hollywoodiano anni Quaranta ma non in “Rosso Istanbul” dove i personaggi sono in fondo trattenuti con le briglie dell’impegno e l’ingombrante situazione politica odierna –legittimamente cacciata dalla porta- rientra a casaccio dalla finestra come dimostrano le posticce sequenze degli sfollati curdi e delle “madri del sabato”. Il fascino contaminato e sensuale della città, infine, risalta solo a tratti –come nell’acrobatico finale della sequenza della festa notturna sul grattacielo-, mentre si sprigiona adeguatamente dalla colonna sonora (fantastico il lavoro del sound designer Sertac Muldur) e, grazie alla bravura degli interpreti turchi, dai primi piani ottimi e abbondanti. Ellissi, riflessi, trompe-l’oeil, il kitsch ibridato al pathos, il mix energetico di Oriente e Occidente, il blu del mare e il rosso del sesso… Prendere o lasciare: è Ferzan Ozpetek.

ROSSO ISTANBUL

Regia: Ferzan Ozpetek

Con: Halit Ergenc, Tuba Buyukustn, Najat Isler

Drammatico. Italia/Turchia 2017

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