Recensioni

Pubblicato il 1 giugno 2019 | da Valerio Caprara

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Rocketman

Rocketman Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Infanzia, vocazione, ascesa, caduta e rinascita della rockstar Elton John alias il ragazzo infelice, l'uomo tormentato e l'artista geniale Reginald Dwight

1.8


“Rocketman” beneficerà il box-office com’è riuscito a “Bohemian Rhapsody”? La questione non è irrilevante per chi ha a cuore la sorte del cinema in sala, ma parte da presupposti diversi: il biopic su Elton John rispetto al film dedicato a Freddie Mercury è stato approvato, prodotto e raccontato dal protagonista ancora in vita e saldamente basato sulla sua visione delle vicende rievocate nonché delle interpretazioni da trarne. Già nella sequenza iniziale, in effetti, il regista britannico Fletcher ex famoso attore bambino fa capire come lo spettatore stia per assistere prima (sbrigativamente) a come Reginald Dwight è diventato una rockstar e poi (dettagliatamente) a come lo stesso sia riuscito a risorgere da un mix di terribili dipendenze. In questo senso la sceneggiatura, nel complesso sciatta, non teme di dare fondo a tutti i cliché possibili e immaginabili –provate a indovinare: il talento precoce, la mancanza d’affetto da parte di pessimi papà e mamma, l’omosessualità problematica, l’ottusità dei discografici ecc.-  lavorando, però, alla costruzione di un vero e proprio musical in cui, a differenza di quanto accade nei film sui/dei Queen, la stragrande maggioranza delle canzoni s’inseriscono nell’azione al pari dei dialoghi e spesso innescano correlate coreografie. Un’altra peculiarità di “Rocketman” risiede nel fatto che l’attore Egerton (tra l’altro ben poco assomigliante all’originale) non si limita a mimare, ma canta in prima persona con esiti assai mediocri anche perché i riarrangiamenti della playlist patiscono una plateale inferiorità nell’inevitabile paragone con quelli celeberrimi e inimitabili di EJ.

Se il kitsch del contrasto tra le paillettes degli show stravaganti e i travestimenti paradossali cari all’artista e il dolore e i tormenti dell’uomo allo sbando fa parte, in fondo, della mitografia predigerita dalla platea, l’autocelebrazione in certi momenti purtroppo esagera rinunciando chissà perché al senso dell’humour connesso alla sua personalità, togliendo nerbo e sincerità al tratteggio dei buoni (lo storico paroliere Bernie Taupin) e dei cattivi (lo spietato manager John Reid, già bestia nera di “Bohemian Rhapsody”) e finendo puntualmente per concedere l’indulgenza plenaria sempre e solo al protagonista. A volere essere notarili non mancano le sequenze suggestive o qualche passaggio finalmente inventivo –come nel momento della composizione della magica “Your Song” o nella ricostruzione del primo trionfo americano al Troubadour di Los Angeles- ma francamente –sia pure ringraziando per le suddette ragioni chi staccherà il biglietto- non possiamo fare a meno di rimpiangere un vagone di cult-movie che vanno da “The Doors” a “Velvet Goldmine”, da “Walk the Line” a “Vampate di fuoco”, da “Io non sono qui” a “Across the Universe”.

ROCKETMAN

MUSICALE/BIOGRAFICO, GRAN BRETAGNA/USA 2019

Regia di Dexter Fletcher. Con: Taron Egerton, Richard Madden, Bryce Dallas Howard, Stephen Graham, Jamie Bell

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