Recensioni

Pubblicato il 8 aprile 2018 | da Valerio Caprara

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Ready Player One

Ready Player One Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: 2045. Wade e i suoi giovani amici incarnati nei rispettivi avatar s'immergono in un complicato torneo a tre chiavi avente per posta il controllo del pervasivo gioco Oasis e la liberazione dalla dipendenza della realtà virtuale dell'intera umanità.

2.5


E’ frustrante sapere che solo una porzione di lettori sarà interessata a una recensione. Eppure sarebbe deludente accontentarsi a proposito di “Ready Player One” della prima, sbrigativa quanto inoppugnabile considerazione: l’ultimo film di Spielberg che sta tenendo in piedi un box-office già barcollante di per sé e anche minacciato dalle avvisaglie d’estate, sarà scartato a priori da chi odia i “giocattoloni fracassoni” (sic) imperniati sulle conoscenze e le pratiche dei giovani e postgiovani chiamati nerd, geek, videoluddisti o più stizzosamente intossicati internettiani. I quali, al contrario, metteranno il film al centro delle proprie inclinazioni, passioni e disquisizioni cinéfile. Tralasciando in questa sede l’assistenza agli spettatori disorientati dall’alternanza –solo apparentemente schizofrenica- di re Steven tra titoli epici, civili e/o storici (è ancora in programmazione il vetero impegnato “The Post”) e ritorno al proprio passato di Mosé del cinema, colui che insieme a Lucas ha traghettato l’Hollywood classica nell’entertainment postmoderno degli alieni, le arche perdute, i dinosauri e gli squali, si può dire che “Ready Player One” pone dei problemi cruciali per la contemporaneità in una forma fantasmagorica e sapiente, ma con una logica narrativa non semplice da assimilare perché, come premesso, troppo avanzata per gli spettatori anziani e tradizionalisti, ma anche, paradossalmente, troppo vintage per giovani e giovanissimi devoti alla familiarità assoluta con le realtà virtuali.

Autentica cattedrale di scenari distopici e remix rutilante della cultura pop della sua generazione (manga in primis), l’essenza della trama riguarda le avventure del ragazzino Wade e dei suoi multietnici amici, nel 2045 dipendenti in toto da Oasis, un mondo parallelo creato da un genio alla Steve Jobs (o alla Spielberg?), che attraverso i rispettivi avatar si ritrovano implicati un complicato torneo a tre chiavi avente per posta il controllo del gioco e la liberazione dalla schiavitù tecnologica dell’intera umanità. Nelle due ore e venti di durata c’è, in effetti, il tempo per traslocarsi incessantemente quasi quanto i frenetici protagonisti da un piano sequenza a un altro ancora più virtuosistico, da una sensazione a un’altra spesso opposta: la riproduzione a tutto schermo del movimento centrifugo dei videogiochi, l’immersione persino stilistica e fotografica nelle scene dei cult-movies che in sala si farà a gara a riconoscere (strepitosa quella in “Shining”), l’appello politico in odio agli oligarchi del capitalismo, il revival dei “viaggi dell’eroe” destrutturati dal celebre saggio di Vogler e ispirati al ciclo del Santo Graal, il fascino e il terrore per il cyberspazio. Peccato che questo deposito debordante, meritevole d’attenzione e meraviglia, s’imbuchi in una riflessione finale miniaturizzata. Non perché sia sbagliato reclamare che l’evasione dalla realtà dovrebbe essere calibrata senza mai prevaricare il nostro senso della “vera vita”, ma perché un demiurgo come Spielberg non può limitarsi a celebrare la panacea di una sola nostalgia ossia quella per i sia pure cruciali anni Ottanta.

READY PLAYER ONE

Regia: Steven Spielberg

Con: Olivia Cooke, Tye Sheridan, Ben Mendelsohn, Simon Pegg

Genere: Fantascienza. Usa 2018

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