Recensioni

Pubblicato il 7 dicembre 2019 | da Valerio Caprara

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Qualcosa di meraviglioso

Qualcosa di meraviglioso Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Fuggiasco dal Bangladesh insieme al padre, il piccolo Fahim precoce asso degli scacchi riesce a farsi accettare come allievo dalla scuola parigina del mitico, geniale e scorbutico maestro Sylvain. Nonostante i trattamenti discriminatori che toccano ai cosiddetti "sans papier", riuscirà a dimostrare il proprio talento eccezionale e a guadagnare il diritto a una piena integrazione.

2.5


Sull’abnorme questione degli immigrati la politica suole contrapporsi a colpi di spranga ideologica, mentre nei territori della fiction -fatte salve le performance di registi fuori standard come Kaurismaki o Loach- per amor di quieto vivere prevalgono quasi sempre un’ottica piagnucolosa, un taglio ricattatorio e un solidarismo ipocrita perché usato come carta di credito dagli autori di scarsa personalità. Non è, quindi, generato dal solito ciclostile promozionale l’apprezzamento che merita “Qualcosa di meraviglioso” (“Fahim”), scritto e diretto dal cinquantunenne marsigliese Martin-Laval a partire dal libro verità “Un re clandestino” (ediz. italiana Bompiani 2015) che ha furoreggiato a lungo nei media d’oltralpe prima di essere trasposto al cinema. Si tratta di una commedia formalmente appena diligente che si fa, però, seguire dal primo all’ultimo fotogramma puntando molte delle sue carte su un argomento o meglio, una particolare disciplina sportiva esposta a grossi rischi a causa dell’infinita quantità dei precedenti: sembra che il gioco degli scacchi, infatti, sia presente in maniera più o meno sostanziosa in oltre mille titoli della storia del cinema, tra i quali restano indelebili non solo nella memoria dei cinefili almeno “La febbre degli scacchi”, “Il settimo sigillo”, “Mosse pericolose”, “Scacco alla follia” o “La partita – La difesa di Luzhin”.

In questo caso al centro della parabola integrazionista c’è Fahim, fuggito dal tormentato Bangladesh insieme al padre a causa della fame e delle repressioni poliziesche e piovuto nello stordente macrocosmo della Ville Lumière. Grande promessa degli scacchi, il protagonista interpretato in scioltezza dal ragazzino bengali Ahmed viene iscritto non senza difficoltà alla scuola parigina del burbero e venerato maestro Sylvain –ricalcato con una misura apprezzata dagli esperti sulla reale figura del geniale Xavier Parmentier morto precocemente tre anni orsono- dove esprimerà la forza dello specifico talento supportata, per fortuna, da un carattere vispo e sbarazzino del tutto estraneo al robotico solipsismo dei bambini prodigio. Il sogno di partecipare e, perché no, di vincere ai campionati nazionali giovanili produce a questo punto due effetti divergenti nel fragile ma non floscio involucro drammaturgico: da una parte l’intensificarsi della retorica man mano che si corre verso il finale edificante, in cui peraltro il problema dei sans papier viene affrontato con una certa, prudente equità dall’ex ministro del centrodestra repubblicano Fillon; da un’altra, la possibilità per il regista di aggrapparsi alla debordante (in tutti i sensi) presenza di Depardieu, attore sempre meraviglioso che riesce a tenere sotto controllo ritmi collettivi e movimenti individuali e a conferire intensità persino alle schermaglie più prevedibili dei dialoghi. Un corpaccione che comunica l’impressione di potere volare, ogni volta che desidera, al di fuori della gabbia dello schermo per colpire al cuore lo spettatore senza abusare delle proprie inesauribili riserve di gigionismo vitalistico.

QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO

DRAMMATICO, FRANCIA 2019

Regia di Pierre-Francois Martin-Laval. Con: Assad Ahmed, Gérard Depardieu, Isabelle Nanty, Mizanur Rahaman

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