Recensioni

Pubblicato il 26 febbraio 2019 | da Valerio Caprara

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Pensieri da Oscar

Peccato che non abbia vinto “Il corriere – The Mule”. Ah, già, il film di Eastwood agli Oscar non era neppure candidato. Avevamo, ahinoi, dimenticato che quando si srotola il red carpet del Dolby Theatre, Hollywood non ammette deroghe: anche quest’anno, infatti, una volta fatto fuori il maestro poco incline a conformarsi ai diktat ideologici, le statuette si sono rannicchiate sotto l’ala del politicamente corretto. Perlomeno, però, con un certo garbo: “Green Book” è un film solido e scaltro, gratificato dal fascino vintage dei film alla Frank Capra e impreziosito oltre i suoi meriti da un duetto recitativo d‘alta classe, mentre “Roma”, di gran lunga superiore, permette a Cuaròn di mettere a segno la memorabile accoppiata migliore regia/miglior film straniero. Non solo: il messicano, che non è uno schizzinoso autore all’europea visto che appena cinque anni fa con il kolossal fantascientifico “Gravity” incamerò sette statuette, sdogana quasi del tutto nel tempio del cinema-cinema Netflix, la piattaforma streaming forte di 125 milioni di abbonati nel mondo peraltro ormai orientata a trattare sulle reciproche e vitali convenienze con gli ex arcinemici produttori, distributori ed esercenti.

Siccome c’è sempre uno più puro che ti epura, sono significative anche le notizie che il grande Mortensen di “Green Book” nelle more del trionfo è stato accusato di razzismo e lo stesso film tacciato di vile collaborazionismo con i bianchi (al regista Singer di “Bohemian Rhapsody” è andata peggio: cancellato da qualsiasi festeggiamento perché a suo tempo denunciato per molestie sessuali). Sempre riguardo ai buoni sentimenti, che non fanno male ma non determinano mai il quoziente artistico, troppo poco risalto è stato pour cause concesso a “La favorita”, il magnifico apologo in costume in cui la migliore attrice Colman fa a gara in perfidia e morbosità con la Stone e la Weisz sconfitte nella categoria delle non protagoniste dalla King del flebile “Se la strada potesse parlare” (peraltro superiore a “Blackkklansman”, migliore sceneggiatura grazie a uno dei peggiori film di Lee che si ricordino).

Inevitabile, invece, il premio al super-imitatore di Mercury Malek perché piace immensamente al pubblico a cui, però, per colmo di mistificazione sui trasgressivi Queen è stato appioppato un biopic edificante. Come del resto quello a “Shallow”, la canzone strappamutande di Lady Gaga insuperabile per come s’è esaltata togliendosi anziché rindossando i trucchi e le mise del proprio personaggio.

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