Interviste

Pubblicato il 20 novembre 2017 | da Valerio Caprara

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Passioni (calcistiche) popolari. Intervista a Carlo Verdone

Ci si è messa anche la giornata fredda e bagnata. Ieri mattina milioni di connazionali si sono svegliati di cattivo umore, malinconici, insofferenti o comunque più arrabbiati del normale. Piove governo ladro? Beh quello del calcio sicuramente sì, perché ci ha derubati di un’antica e confortevole abitudine, quella di seguire le vicende della squadra tricolore ai mondiali di calcio. Già sentiamo le voci dei profeti imbalsamati che ci richiamano all’ordine: ma è decente che un popolo intero leghi le proprie aspettative a un banale business, alle gesta di pedatori prezzolati? Faranno come sempre la fine del corvo di Uccellacci e uccellini, arrostito e mangiato da Totò e Ninetto stanchi di ascoltarne le ideologiche tirate; ma intanto un vero terremoto sta investendo tutti i piani dell’edificio nazionale già minato nelle fondamenta da una serie infinita di precarietà, purtroppo non solo sportive.

“Ma a Ca’, che cambia? Tanto saremmo usciti al primo turno”. Anche Carlo Verdone, attore e regista unanimemente amato, ha subito toccato con mano l’aria che spira in questo inizio settimana che sembra messo in scena da Nostradamus.

Ricordo ancora il fatale gennaio del 1958, quando l’Italia fu sbattuta fuori dalla fase finale del massimo torneo calcistico dalla cenerentola Irlanda del Nord. Qualcosa di simile a un’onta, ma certo non paragonabile agli attuali sentori di disfatta.

“Io no, avevo solo otto anni. Però sono convinto che quello che è successo nello stadio di Milano sia lo specchio di questo paese in questo momento. Mancano coesione e autorevolezza a tutti i livelli. Mancano persone che abbiano idee chiare, polso forte e soprattutto lavorino per il bene della comunità. Lo spunto è offerto dallo spettacolo indecoroso offerto al pubblico del Meazza per una volta strabocchevole, ma in realtà anche in questo settore (non solo) ludico continua imperterrita a governare una classe dirigente anziana e conservatrice. A un certo punto m’è sembrato che in mancanza di tecnica, tattica, talento, astuzia adeguati a scardinare il catenaccio svedese, i nostri giocatori sparacchiassero la palla nel mucchio all’insegna del ‘ndo cojo, cojo”. Tutta colpa dell’allenatore, come si sentenzia in tutti i bar e gli autobus italiani?

“Ma tu l’hai mai visto Klopp? Quello fa paura per come urla, come segue, come incita la squadra. Certo lui e altri come lui sanno mettere bene la squadra in campo, ma, credimi, conta anche questo. Non partecipo al massacro di Ventura, però mi sono cadute le braccia quando la telecamera lo inquadrava mentre guardava per terra, si girava smarrito verso i collaboratori o atteggiava il faccione come un condannato al patibolo. Senza mettere in conto gli evidenti errori tecnici: come diavolo si fa a non fare giocare Insigne, l’azzurro più talentuoso del momento, a imporre un ruolo non suo al povero Florenzi, a preferire il desaparecido Gabbiadini a un El Shaarawy in grande forma? Un grande allenatore deve innanzitutto fare giocare gli elementi di valore e deve farli giocare nel loro ruolo, senza pretendere che si adattino alle sue idee”. Ritorniamo, però, al collegamento tra questo shock estemporaneo e quello duraturo inferto all’autostima del paese.

“Per questo ho usato la congiunzione anche: da noi il dogma più diffuso è che se hai compiuto 75 anni è un dramma… E adesso cosa gli facciamo fare, tutto deve restare immobile, inventiamogli un altro incarico… Continuiamo insomma a tollerare l’esistenza di un tappo generazionale. Però per me un altro guaio sta nella pioggia indiscriminata di stranieri che impedisce la crescita dei nostri giovani e annulla i prelievi dalle serie cadette. E’ un dato di fatto che dai vivai non escono più i Totti, Pirlo, Del Piero, Cannavaro”. Allora ti va di guardare al di là degli stadi?

“A me lo scenario politico italiano, frazionato in tanti gruppuscoli l’un contro l’altro armati, condizionati quasi solo dalla fame di voti mi fa abbastanza orrore. Non sono certo quello che si definisce un populista, ma credo davvero che l’Italia debba fare uno scatto per non affogare, che dovremmo darci tutti da fare per l’interesse collettivo e lasciare cuocere nel loro brodo partiti e partitini che l’hanno fatta diventare una sorta di parodia di un’assemblea condominiale. E del resto lo sai bene che in giro ci sono tanti malumori, tanti malcontenti, tante depressioni. I giovani, nonostante ci assicurino il contrario, continuano a fuggire all’estero dove sono considerati linfa vitale. Recentemente ho viaggiato in Europa, in Canada e sono rimasto profondamente colpito dal fatto che i dirigenti più autorevoli, i medici più all’avanguardia erano tutti ragazzi sui trent’anni. Siamo un paese feudale, afflitto dalla burocrazia più cervellotica: in Germania per comprare una casa ci vogliono 4 firme, da noi per lo stesso atto di firme ce ne vogliono 50”.

Il turismo e lo spettacolo sono, in effetti, tra i settori che patiscono di più quest’arretratezza culturale, questa caduta della spinta creativa, quest’insicurezza dilagante. “Certo, in fondo la sala cinematografica e lo stadio si assomigliano in quanto crogiuolo di emozioni e quindi le rispettive crisi possono essere valutate con un’ottica analoga. Recentemente De Laurentiis ha buttato lì una frase che all’inizio m’ha spiazzato: oggi non siamo più autori, bensì esecutori e per di più ostaggi di un pubblico, quello televisivo, del tutto differente da quello cinematografico. Ripensandoci mi sono detto che forse ha colto nel segno: a prescindere dal fatto che si dovrebbero fare film più belli, più originali e più vari sul piano dell’argomento mettendo da parte il neo-neo-neorealismo ossessivo e ossessionante, è vero che le serie televisive stanno prendendo il sopravvento nel gusto dei consumatori più giovani ed esigenti”.

Torniamo al calcio perché stiamo rischiando di diventare ancora più pessimisti e sconsolati. Cosa succederà adesso nell’organismo obeso e vulnerato di uno sport tanto importante da fare ritenere a qualche economista che la mancata qualificazione ai mondiali di Russia 2018 penalizzerà il PIL nazionale? “Mi auguro che la mazzata faccia capire alle nostre squadre che dovranno darsi da fare per recuperare il prestigio internazionale. Il campionato, poi, quest’anno è finalmente più avvincente e incerto. Il Napoli è quello che gioca meglio, ma la Juve, si sa, è dura a morire e Inter, Roma e Lazio non ci staranno a fare la figura di comparse. Per quello che mi riguarda sono orgoglioso di ricevere il 22 di questo mese il dottorato in Beni culturali e Territorio all’Università di Tor Vergata e ancora di più che nella stessa occasione venga inaugurata una sala cinematografica intitolata a mio padre Mario”.

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