Interviste

Pubblicato il 11 agosto 2015 | da Valerio Caprara

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Parla Michael Cimino. Locarno 11 agosto 2015

Un fiume in piena, una voglia inarrestabile di raccontare e raccontarsi, una disponibilità alle domande inimmaginabile per altri maestri della sua caratura. Michael Cimino, 76 anni, nato a New York da genitori originari dei laziali Monti Cimini e autore di appena otto titoli tra cui un cult-movie per antonomasia come « Il cacciatore », è venuto a Locarno per ricevere il Pardo d’onore, ma nell’incontro con i giornalisti si è esibito, ben al di là dei soliti rituali festivalieri, in uno show di spasmodico interesse cinefilo. Il suo « nuovo » aspetto, da anni oggetto di un’ampia gamma di commenti -da quelli perplessi a quelli scandalistici e a quelli sarcastici-, è ormai quello di un signore minuto, fragile e vagamente malfermo, con l’espressione semicoperta dagli occhiali scuri, sormontata da una pettinatura a caschetto modello parrucca e resa simile a quella enigmatica di un orientale da ingenti interventi di lifting. Dopo un’ora e mezza abbondante di scambi dialettici, però, nessuno ci ha fatto più caso e ci sono voluti gli addetti stampa per costringerlo a interrompere il feeling stabilito con la platea. Michael (« chiamatemi solo così ») ripercorre, in effetti, la sua accidentata strada di genio ribelle senza reticenze o lamentele vittimisiche : « Non sono un predicatore, un maestro, una celebrity. Sono uno che vuole raggiungere come tutti la verità delle cose. Per questo ho scritto un’infinità di copioni che non sono riuscito a trasformare in film, la stanza dove li conservo è diventata impraticabile e adesso ci vorrebbero ore per ritrovare qualcosa da riproporre»… La sua idea di cinema è dunque difficile da replicare o rimodellare su commissione ? « Invece di scattare fotografie o tuffare la faccia nel portatile, guardatemi e statemi a sentire maledizione ! I film hanno bisogno come di un’anarchia controllata e farli comporta un’impresa pressoché sanguinosa. Per il mio primo film, peraltro, « Una calibro 20 per lo specialista » sono capitato in California grazie alla chiamata del grande Eastwood e ci sono rimasto perché mi piaceva la gente che ci viveva e non faceva altro che andare in moto, in barca, a cavallo o sorvolare in aereo il deserto ». Pensando ai caratteri dei personaggi e alle convulsioni dello scontro morale e fisico a cui sono spesso condannati, che in « Il cacciatore », « I cancelli del cielo » o « L’anno del dragone » assumono sullo schermo un rilievo epico monumentale, qualcuno potrebbe ritenerlo un fanatico dell’azione. « Non ho studiato nelle scuole di cinema, non sono un cinefilo compulsivo come Tarantino, sono solo un architetto frustrato che è piovuto sui set come un asteroide. E tutto quello che ho girato si basa sulla forza dei personaggi : del resto se ci ricordiamo di Anna Karenina, Madame Bovary o Rossella O’Hara è proprio per quello che loro, le eroine, hanno provato, subito o vissuto. Le ideologie, la politica, gli stereotipi non servono a nulla. E neppure i 32 milioni di dollari che dicevano avessi sprecato per fare « Icancelli del cielo » . Intanto qualcuno dei produttori che lo massacrarono è morto, io sono ancora qui . Del resto, devi disporre tranquillamente di tempo per potere girare. L’ho imparato dagli indiani, dai Navajos che mi hanno tanto aiutato sul set di « Verso il sole » : loro mi dicevano che, se uccidi in un film, è solo il tempo che uccidi. Quando riprendi nei luoghi giusti, ogni giorno sei felice di quello che fai perché riesci a comunicare lo spirito del luogo. Ci vuole solo il coraggio di farlo». Le lodi sperticate rivolte al cinema italiano, coronate dalla solita sfilza di nomi (Visconti, Fellini, Antonioni) sembrano persino sincere. Ma -forse grazie a una sapiente programmazione degli eventi- da pochi minuti si era conclusa sotto lo stesso tendone la tavola rotonda su Sam Peckinpah, il nichilista di Hollywood, il poeta dei magnifici perdenti del nuovo (o ultimo) western di « Sfida nell’Alta Sierra » « Il mucchio selvaggio » e « Pat Garrett e Blly the Kid » a cui il festival ha dedicato una prestigiosa retrospettiva confortata dalla presenza dei suoi piû fervidi studiosi internazionali. Impossibile, allora, non parlarne con uno dei registi che ne ha raccolto l’eredità ancora piû intensamente dei pluricitati Woo, Tarantino, O’Russell : «Ho avuto la fortuna di conoscere ‘Bloody Sam’ di persona e ho amato senza riserve quell’uomo selvaggio, folle e infine tristemente autodistruttivo. Per il suo immenso talento e la sua grinta creatice, certo, ma soprattutto per la sua natura d’autentico westerner, lontano mille miglia, come John Ford e pochissimi altri, da quelli finti in voga a Hollywood. Lo hanno tacciato di fascismo ? E che problema c’è, anch’io sono stato definito omofobico al primo film, di destra al secondo, marxista al terzo, razzista al quarto e cosî via… Ma io non reagisco mai e non leggo le recensioni né buone nè cattive. Anche « American Sniper » è stato odiato da alcuni in quanto bellicista e patriottico. Ma la verità è che non hanno capito un tubo del mio amico Clint e soprattutto non sanno che i film di guerra realizzati con integrità non possono che risultare intimamente, inequivocabilmente contro la sua spietatezza scatenata dai vecchi, ma di cui i giovani pagano per intero il cinico prezzo ».

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