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Pubblicato il 23 febbraio 2019 | da Valerio Caprara

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Nino Taranto e il cinema

Quando in “Il barone Carlo Mazza” (1948) Nino Taranto apre il film ristrutturato alla buona sul testo e la musica dell’omonima canzone di Pisano-Cioffi rivolgendosi a un neonato nel corso del battesimo con parole più amare che scherzose (“è bellino lui, è bellino… così è la vita, comincia sempre con una doccia fredda: è la prima di una lunga serie!”) oppure quando in “E’ arrivato l’accordatore” (1952) sogna che gli sia imbandito un pranzo luculliano mentre in realtà dorme come un barbone su un carretto abbandonato per strada, è chiaro che per il giovane attore già affermatosi nella rivista si prospetta una strada in discesa anche nell’ambito del cinema. Esaurito lo slancio del neorealismo “puro”, l’influenza della scuola si stava infiltrando a tutta velocità nei generi collaborando alla nascita di una nuova comicità realistica e dialettale i cui mattatori furono all’inizio il nordico Macario e, appunto, il napoletano Taranto: la produzione autoctona, già incalzata dall’invasione dei grandi film americani sdoganati dall’embargo decretato dal fascismo, esigeva, in effetti, figure in possesso di una personalità tale da trascinare il pubblico sublimando la modesta qualità dei filoni popolari. Non a caso uno dei padri della commedia all’italiana, Mario Monicelli ebbe a dichiarare autorevolmente che “gli attori più completi e con una spiccata personalità provenivano dall’avanspettacolo, il quale era una filiazione della commedia dell’arte, matrice della comicità italiana con il suo fondo amaro, il suo trarre risate da basi dolorose come la miseria, la fame, l’arte di arrangiarsi”.

E’ un peccato, però, che il citato “Carlo Mazza”, il precedente “Dove sta Zazà?” e i successivi “Tizio, Caio e Sempronio” e “E’ arrivato l’accordatore” non ebbero molta fortuna al botteghino, ragione per cui le ampiamente riconosciute qualità maliziose, istrioniche, trasformistiche di Taranto prima furono sminuzzate in film e ruoli meno personalizzati e più tardi risucchiate, anche un po’ brutalmente, dall’esplosione di Totò. Per fortuna in queste fasi di passaggio, a cui non mancano peraltro favori del pubblico e cammei folgoranti (basta ricordare “I pompieri di Viggiù”, “Botta e risposta”, “Libera uscita”, ”Accadde al commissariato”, “Mariti in città”, “Italia piccola” o “Mogli pericolose”), spicca l‘eccezionale prestazione premiata col Nastro d’argento di “Anni facili” di Zampa in cui, con i capelli inopinatamente tagliati a spazzola, incarna un malcapitato professore vittima della burocrazia e della corruzione nell’Italia del dopoguerra ancora (ma forse per sempre nell’ottica dell’illustre soggettista Vitaliano Brancati) inadatto alla democrazia. Reagendo alle ingratitudini e alle dimenticanze di un mondo che tuttavia non ha mai vilipeso, non perderà, peraltro, nessuna delle caratteristiche di verve, presenza scenica, versatilità dell’affiatamento con il principe De Curtis, come sanno bene i fan vecchi e giovani in grado di ripetere all’infinito gli indimenticabili duetti in “Totòtruffa 62”, “Totò contro Maciste”, “I due colonnelli” o “Il monaco di Monza”. Uno dei rari giganti umili dello spettacolo, insomma, persino quando in coda alla filmografia si produce in una sottile e perfida parodia di se stesso alle prese –nella serie sbarazzina e spudorata dei mitici musicarelli (da “Una lacrima sul viso” a “Stasera mi butto”)- con un bestiario umano più piccolo, sventato ed effimero di quello fronteggiato ai tempi della gloria e del protagonismo.

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