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Pubblicato il 25 marzo 2017 | da Valerio Caprara

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Narrare Napoli

Non è che il punto di partenza scateni, a essere sinceri, un entusiasmo straripante. Intendiamoci, il concept progettuale e la struttura (oratori in primis) del convegno del Pan appaiono di buon livello e superiori ai sospetti di fumisteria pretestuosa: resta il fatto, però, che, riducendo la questione all’osso, la scelta dei modi con cui oggi è possibile raccontare Napoli spetta soprattutto agli artisti e a chi si ritiene o è ritenuto tale. Sceneggiatori, registi e attori dovrebbero, infatti, assumersi – e quasi sempre lo fanno, a meno che non trovino più comodo rifugiarsi sotto le insegne dello sponsor politico-ideologico di turno – tutta la responsabilità di mettere mano a un magma affascinante e spaventoso di una città-mondo che tanto adora essere rappresentata in immagini e storie, quanto beffardamente sfugge a quegli stessi autori che vorrebbero pietrificarla in una sorta di monumento fornito di un’unica e definitiva lapide. Il pericolo, in questo senso, può magari essere quello d’essere nuovamente risucchiati dal duello, che abbiamo visto spesso risolto con l’uso e abuso di armi polemiche improprie, tra i costruttori del fenomeno presunto cattivista “Gomorra” (la cui terza stagione è, tra l’altro, da qualche mese in piena lavorazione) e gli adepti del lusinghiero trionfo d’audience conquistato dagli amabili “Bastardi di Pizzofalcone”. Certo la nausea è in agguato, però forse si è capito che non c’è nulla di più puerile e controproducente dell’ostinarsi a mettere in conflitto il racconto della bellezza (qualcuno lo chiamerebbe “dell’ammore”) contro quello del degrado e la ferocia: non avere paura delle sterminate contraddizioni allignate, ahimè non da oggi, sotto il Vesuvio resta la condizione indispensabile per oltrepassare gli scontati paradigmi del Bene e del Male e liberare il talento, quando c’è, da qualsiasi modello d’ipocrisie o censure.

Tenendo conto dell’esistenza di una messe di modelli meno ambiziosi, ma non per questo meritevoli d’essere snobbati o, al contrario, di essere destinati a una sorta di assoluzione plenaria (dal giallo-comico alla “Song’e Napule” agli sguardi sociologicamente stroboscopici sul rapporto indigeni-immigrati alla “Vieni a vivere a Napoli”; dal neonoir alla De Angelis di “Indivisibili” al poliziottesco autoriale alla “Falchi” di D’Angelo junior), risulta evidente che i giacimenti della cosiddetta napoletanità (termine che peraltro vuol dire tutto e niente) sono bel lontani dall’esaurimento. Altro che “irrappresentabilità” di Napoli, come affermava qualche tempo fa Galli della Loggia e altro che eden ribelle ormai espurgato dai foschi anatemi di Salvini, pardon Saviano (magari fa lo stesso per qualche slogan stradaiolo). E’ persino banale immaginare su cosa dovrà spendere lacrime e sangue chiunque si accinga –il pensiero speranzoso e insieme timoroso non può che a questo punto andare all’impresa prossima ventura della trasposizione dei bestseller della Ferrante- a sguinzagliare l’occhio della macchina da presa nei gangli pulsanti dell’odiosamata metropoli: l’accuratezza della profondità psicologica da dare ai personaggi: lo studio meticoloso e non autoreferenziale degli habitat in cui si muovono; la messa a fuoco di uno stile che permetta al “realismo” di trasformarsi in poetica e/o epica; la ricerca di un approccio rigoroso, ma non moralistico o peggio ancora redentoristico (compiti che toccano ai poteri dello stato). La stella cometa da seguire a ogni costo, infine, dovrà essere sempre quella del rifiuto della pantomima provinciale in cui tutto si dispone e smanaccia sullo stesso piano, da Maradona ospitato al San Carlo al Real Madrid al San Paolo, nel segno dell’ossessione dell’immagine. “Immagine”, appunto, che a molti anche nell’ambito dell’industria dello spettacolo sembra sinonimo di cultura, fantasia, talento, audacia, fedina artistica da sventolare sotto il naso dell’universo ostile per principio a Vico, Croce, Totò, Eduardo, Pino Daniele e Insigne. Meno male che legittimi eredi come Matteo Garrone o Paolo Sorrentino per lanciarsi nell’oceano mediatico intercontinentale hanno trattato come carta straccia i precetti degli autonominati menestrelli dell’eccezionalismo napoletano che aspirano in realtà a esserne i becchini.

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