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Pubblicato il 16 aprile 2018 | da Valerio Caprara

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Addio a Milos Forman

Contro il potere, sempre. Contro la mediocritá, a tutti i costi. Contro il totalitarismo, di qualsiasi ideologia si ammanti. Contro le proibizioni, a qualsiasi fede o morale obbediscano. Il carisma di un cineasta del rango di Milos Forman, morto ieri a 86 anni, è strettamente connesso al culto di un pugno di titoli cementati dall’amore degli spettatori e l’ammirazione della critica perchè hanno saputo incarnare, al di lá della cospicue rilevanze tematiche e qualità formali, alcuni tra gli impulsi e gli slanci più arditi e strenuamente libertari che contrassegnano il cammino dell’uomo nella Storia. A confermarlo ci sono, certo, i premi più prestigiosi del settore, a cominciare dagli Oscar di miglior regista vinti nel 1976 e 1985, ma proprio in riferimento a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Amadeus” è facile capire anche fuori della cerchia degli adepti quanto lo spirito particolare che impregna certi film e il sentimento universale che li tramanda valga mille volte di più di un’onorificenza o una statuetta. È inoltre fondamentale in questo caso che nessuno svagato specialista si sforzi di separare la parabola artistica da quella biografica: gravato dalla tragica sorte dei genitori protestanti morti nei lager nazisti, il giovane cecoslovacco Forman si ritrovò prigioniero della dittatura comunista, ma quando sulla spinta dei moti sessantottini decise d’emigrare negli Stati Uniti non esitò a condividere le ragioni del rinnovamento e la protesta che avevano investito l’establishement politico e societario ed erano riuscite a ribaltare la pigra routine conservatice in auge negli studios di Hollywood.

Nato a Cáslav nell’attuale Repubblica Ceca nel febbraio dl 1932, Jan Tomás Forman frequenta la prestigiosa facoltá di cinema e televisione dell’Accademia di arte delle Muse di Praga ed è in prima fila nel gruppo di allievi ostili al regime stalinista. Nonostante le pericolose prese di posizione contro le direttive ispirate ai canoni del cosiddetto realismo socialista, la sua propensione all’uso di uno humour raffinato e dei dialoghi apparentemente improvvisati, ma in realtá orchestrati con abilitá senza forzare le recitazioni, gli permettono di superare indenne le forche censorie quando esordisce prima con i documentari e poi con i deliziosi, “L’asso di picche” e “Gli amori di una bionda” (’64 e ’65). Rapsodici poemetti sulla gioia di vivere e amare, i due film rientrano nella vetrina d’onore del movimento della Nova Vlna ovvero Nuova Onda, la “scuola” che si colloca, sia pure con le proprie peculiaritá, a fianco degli affini mivimenti artistici e culturali, Nouvelle Vague francese in primis, che segnano una svolta nella storia del cinema mondiale: accanto ai film dei cechi Vera Chytilová, Ivan Passer, Jiri Menzel o lo slovacco Juraj Jakubisko, gli exploit di Forman s’intonano spontaneamente al clima di fervore e ribellione della Primavera di Praga inesorabilmente stroncata dai carri armati di Breznev. Arrivato in America, il regista s’integra alla perfezione nella memorabile stagione, passata alla storia come New Hollywood, che prende le mosse dai titoli iconoclasti come “Gangster Story” o “Easy Rider” e prosegue sino all’affermazione planetaria di maestri come Penn, Peckinpah, Pakula, Pollack, Altman De Palma, Coppola e Scorsese. Portatore, al pari di Polanski, di valori estetici sperimentali e di un sguardo ancora più caustico di quello dei compagni di strada autarchici, dopo l’esilarante commedia fricchettona “Taking Off” (’71) traspone il best seller di Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo” che vince 5 Oscar, ma soprattutto diventa una sorta di monumento mondiale dell’antiautoritarismo e del diritto alla ribellione contro il potere che considera pazzi o degenerati tutti quelli che rifiutano le sue regole. Dopo il festoso musical antimilitarista “Hair” firma “Amadeus”, considerato uno dei più trascinanti e sontuosi kolossal in costume di tutti tempi perchè, al di là degli 8 Oscar, rende indelebile grazie alla rutilante rievocazione del duello esistenziale tra Mozart e Salieri la raffigurazione della miseria della normalitá umana costretta a misurarsi col mistero (anche sgradevole) del Genio. Nè “Ragtime” nè “Valmont”, kolossal diretti con tutti i crismi del mestiere e interpretati da attori come d’abitudine mirabilmente motivati, riescono peraltro a distaccare Forman dalla precoce tendenza all’accademismo. Quindi negli anni tra l’89 e il 2006, che vedono le sue regie notevolmente diradarsi a causa di gravi problemi della vista, sono solo due i titoli che ricordano al pubblico quanto il regista venuto dall’Est abbia consolidato in valori espressivi assoluti l’innato anticonformismo: “Larry Flynt – Oltre lo scandalo”, biografia provocatoria dell’omonimo e non per lui reietto magnate del porno e “Man of the Moon”, biopic del cabarettista Andy Kaufman modellato su misura di un’insuperabile performance tragicomica di Jim Carrey.

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