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Pubblicato il 23 febbraio 2019 | da Valerio Caprara

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In morte di Bruno Ganz

Altro che attore simbolo di un vetusto e scontroso cinema autoriale: Bruno Ganz, icona dell’età d’oro del Nuovo cinema tedesco scomparso ieri al termine di una grave malattia, è entrato per sempre nell’immaginario collettivo nel 1977 grazie al ruolo del sicario morituro di “L’amico americano” chiaramente precursore del Walter White della top serie tv “Breaking Bad”. Lo spirito del cult-movie di Wenders con l’acclusa insistenza sui risvolti ambigui di un comportamento criminale trovava, in effetti, una perfetta sintonia con il taglio perversamente sarcastico dell’emergente professionista formatasi nella brechtiana compagnia Schaubuhne di Berlino. Nato nel 1941 a Zurigo da padre svizzero e madre italiana, l’alto e robusto attore dagli occhi compassionevoli, la voce bassa, l’espressione penetrante e gli scatti d’umore imprevedibili era, per la verità, già noto agli appassionati per l’autocontrollo dimostrato nell’aderire alla stilizzazione neoclassica del rohmeriano “La marchesa von…”. L’attitudine spontanea, ma non per questo meno rifinita dal punto di vista tecnico, ai personaggi insicuri e dubbiosi, tipici portavoce del disorientamento della generazione tedesca del dopoguerra, si fortifica nel letterario “La donna mancina” di Handke e il politicizzato “Il coltello in testa” di Hauff, mentre nell’estrosa e preziosa versione di Herzog del classico “Nosferatu” è un Harker modernissimo, un borghese illuministico deciso a non cedere alle dicerie e paure popolari e solo alla fine contaminato dagli allucinatori poteri del Vampiro.

Il vertice della sua filmografia si colloca, ovviamente nell’afflato ardentemente lirico  di “Il cielo sopra Berlino” (1987) più che nel brutto sequel “Così lontano, così vicino”, dove è uno dei due angeli invisibili che dall’osservazione apparentemente impassibile degli umani ricavano una sorprendente e lancinante attrazione per la loro finitezza, il loro pathos, la loro carnalità. Era altresì logico che Ganz si trovasse a suo pieno agio anche nel recitare in sommessi ed eleganti titoli italiani come “Oggetti smarriti” e “La domenica specialmente” di Giuseppe Bertolucci, “La storia vera della signora dalle camelie” di Bolognini e soprattutto il pluripremiato “Pane e tulipani” di Soldini (2000) in cui regala soavi retrogusti duettando sul filo del disincanto con Licia Maglietta a un originale cameriere-filosofo. Sposato con Sabine e padre di Daniel, ha convissuto dopo la separazione con la fotografa Ruth Walz, continuando regolarmente a lavorare in teatro (memorabile il suo “Faust” nell’omonima e titanica messinscena di Peter Stein) e ancora per il grande schermo con registi di vaglia come Angelopoulos (“L’eternità è un giorno” e “La polvere del tempo”), Coppola (“Un’altra giovinezza”), Demme (“The Manchurian Candidate”), Ridley Scott (“The Counselor-Il procuratore), Sally Potter (“The Party”) e il “maledetto” Von Trier che l’ha voluto nel cast di “La casa di Jack” d’imminente uscita nostrana. Forse il Pardo d’oro alla carriera attribuitogli nel 2011 dal festival di Locarno è troppo poco per l’attore che avuto anche il fegato d’interpretare in “La caduta” il più credibile e terribile Hitler cinematografico.

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