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Pubblicato il 10 marzo 2020 | da Valerio Caprara

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Max von Sydow è scomparso

Evitiamo di rendere gli onori che merita a Max Von Sydow insistendo troppo con la partita a scacchi giocata contro la Morte dallo svettante e segaligno cavaliere Antonius Block in “Il settimo sigillo”. L’inquietante presenza dell’attore nel capolavoro di Bergman datato 1956, continua infatti a tramandare, sia pure nel segno di una creatività superiore, una folata di macabre atmosfere –ispirate da molteplici fonti che vanno dalle saghe medievali agli umori dei “Carmina burana” e i dipinti di Durer, fino alle paure dell’epoca per un imminente conflitto atomico- che certo non risultano di conforto nella drammatica emergenza attuale. Come fermo immagine di una sterminata ed eterogenea filmografia possiamo, del resto, tranquillamente permetterci di scegliere l’infallibile sicario triplogiochista della Cia Joubert, così descritto a futura memoria cinefila dal giovane e idealista collega interpretato da Robert Redford: “Allora conoscerai almeno quell’altro gentiluomo, alto almeno 1,90, biondiccio, forte, sicuro di sé, non è americano, dall’aspetto, dal modo di parlare, di vestire si direbbe un europeo, inglese, francese forse…”.

Invece Karl Adolf von Sydow, morto ieri novantenne a Parigi, era nato il 10 aprile 1929 a Lund, in Svezia, da un’agiata famiglia d’insegnanti originaria della Pomerania e dal 1948 a 1951 aveva frequentato la scuola di recitazione del Teatro Drammatico Reale di Stoccolma. Dopo avere conseguito il diploma iniziò a lavorare in varie città e compagnie, fino a quando nel 1955 entrò a far parte del Teatro Municipale di Malmo che aveva ingaggiato come regista il giovane e ambizioso Bergman: un incontro che doveva farlo diventare ben presto uno degli attori feticcio del maestro, forse il più indispensabile nelle fasi cruciali della sua formazione. Quello che sarà chiamato il mitico connubio continuò a rafforzarsi, infatti, in undici titoli, a cominciare dal citato “Il settimo sigillo”, quasi tutti contrassegnati dall’umanesimo spregiudicato, lo spiritualismo conflittuale e l’acre sarcasmo di una concezione tormentosa della vita e dell’arte: non a caso “Il posto delle fragole”, “Il volto”, “La fontana della vergine”, “Come in uno specchio”, “Luci d’inverno” o “L’ora del lupo fondano la loro austera quanto ineludibile attrattiva soprattutto sui personaggi a cui Von Sydow conferisce un magnetismo complesso, un’overdose di angosce e malesseri mai plateali, bensì dominati da una classe e una sensibilità di gesto ed espressione impressionanti.

Negli anni di totale dedizione alla galleria bergmaniana era riuscito a essere valido protagonista anche di film di altri registi svedesi, tra cui “L’amante” di Sjoman (’62) e il dittico di Troell “Karl e Kristina” e “La nuova terra” (‘71/’72). Ma già alla metà dei Sessanta era stato notato dal cinema americano che gli aveva affidato il ruolo di un Gesù convenzionale nell’enfatico kolossal in Panavision “La più grande storia mai raccontata” di Stevens destinato, peraltro, a diventare il trampolino di lancio per uno sviluppo esponenziale della carriera internazionale. Nello spietato ingranaggio hollywoodiano il suo carisma riuscì a non perdere brillantezza anche quando accettava di spenderlo in una sfilza di film di genere tra cui spiccano il sacerdote del doppio “L’esorcista” e il killer del summenzionato “I tre giorni del condor”; mentre lusinghiera per il nostro cinema risultò la frequenza con cui si metteva a disposizione di registi come Lattuada (“Cuore di cane”), Rosi (“Cadaveri eccellenti”), Zurlini (“Il deserto dei Tartari”), “Bolognini (“Gran bollito”), Squitieri (“Il pentito”), Argento (“Non ho sonno”) o Faenza (“Mio caro dottor Grasler”), non disdegnando di onorare i cast di miniserie televisive di taglio popolare come “Cristoforo Colombo”, “A che punto è la notte” o “La principessa e il povero”.

Infaticabile nel lavoro, modesto nei confronti della critica, sornione nelle interviste, sobrio nella vita privata ha raccolto sempre lodi orientando i suoi ruoli e/o cammei sul versante fantastico (“Flash Gordon”, “Conan il barbaro”, “Dune”, “Minority Report” senza contare la partecipazione a “Il trono di spade, una delle serie tv più amate di tutti i tempi), ma non ha quasi mai deluso anche contribuendo più o meno corposamente all’affermazione di film sia di pretese artistiche (“La morte in  diretta”, “Hannah e le sue sorelle”, “Fino alla fine del mondo”), sia di stampo avventuroso (“Mai dire mai”, “Shutter Island”, “Fuga per la vittoria”). Regista in proprio dell’angoscioso melò “Katinka” (’88), nonostante abbia recitato in oltre cento film per il grande e il piccolo schermo è stato nominato solo due volte all’Oscar come protagonista del mediocre “Pelle alla conquista del mondo” e il denso “Molto forte, incredibilmente vicino”, ma ha ricevuto le maggiori onorificenze in Francia dove si è stabilito nel ’97 ottenendo la cittadinanza qualche anno più tardi dopo avere sposato in seconde nozze la produttrice Catherine Brelet.

 

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