Recensioni

Pubblicato il 18 settembre 2019 | da Valerio Caprara

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Diego Maradona

Un documentario incandescente, come lo tocchi brucia. Destreggiandosi nel repertorio di oltre 500 ore di filmati, il regista anglo-indiano Kapadia (per fortuna lontanissimo dallo sgangherato precedente del “Maradona di Kusturica”) si concentra quasi in trance sugli anni italiani di DAM cercando e in buona parte riuscendo a penetrare nei recessi più raggrumati, pulsanti e anche sanguinanti del calciatore, dell’uomo e del mito. Tutto inizia il 5 luglio 1984 quando Diego, umiliato e offeso dalla grandeur spocchiosa del supertitolato Barca, arriva a Napoli e al Napoli con un ingaggio record e viene accolto da uno stadio San Paolo straboccante di viscerale, incontenibile, fideistica -ma col senno di poi profetica- passione popolare. Il montaggio migliore, insomma, con tutte le sue sgranature vintage per introdurre un settennio in cui il ragazzo cresciuto in una baraccopoli di Buenos Aires e già riconosciuto come un genio mondiale del calcio entrò in simbiosi assoluta con la metropoli più imprevedibile del mondo: una parabola che sembra stralciata dalla Bibbia o Shakespeare, la cronaca di una corsa a perdifiato dall’ascesa alla caduta, un pazzo giro di giostra tra la gloria e la follia, un paradiso di miracoli sportivi e un inferno da scontare una volta diventato prigioniero della stessa metropoli da madre tramutatasi in matrigna.

E’ ovvio che l’impatto delle immagini selezionate dall’autore di due ottimi documentari su Senna e la Winehouse risulti particolarmente contundente nella nostra città a cui tocca d’assumere a pieno titolo il ruolo di coprotagonista: un aspetto da prendere con delicatezza perché destinato a entrare in collisione con officianti talvolta un po’ petulanti del culto e misuratori attentissimi e inflessibili dei livelli di tifo e/o napoletanità riscontrabili nell’approccio e il giudizio. Concedendo qualche eccezione al suddetto ritegno, si può dire che il ritmo della visione, la singolarità di molti spezzoni, la varietà dei testimoni ri-chiamati in causa (con il particolare piacere di rivedere e riascoltare cronisti come Italo Kuhne e Luciano Scateni o il carismatico avvocato Enzo Siniscalchi) non inficiano la grande bellezza dei gesti tecnici, dei falli subiti e delle partite epiche contrassegnate dall’indelebile marchio dell’uomo vincitore di tutti tranne che di se stesso: una chiave drammaturgica utile per accantonare il solito e stantio duello sulla scissione tra il campione e l’idolo e il provocatore, il cocainomane e l’”amico” dei camorristi. In questo senso, sperando di non apparire ingenui, crediamo che il documentario possa schivare le contrapposte ipocrisie e contribuire a tenere stretti e indissolubili, in barba ai censori pseudo-patriottici e ai moralisti ideologici, nel pantheon immaginario il sublime equilibrista del rettangolo verde e il sopravvissuto triste, solitario y final così caro all’adepto Paolo Sorrentino.

DIEGO MARADONA

Documentario, Regno Unito 2019

Regia: Asif Kapadia

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