Recensioni

Pubblicato il 17 maggio 2018 | da Valerio Caprara

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L’isola dei cani

L’isola dei cani Valerio Caprara
soggett e sceneggiatura
regia
animazione e doppiaggio
emozioni

Sommario: Malvagio sindaco di un Giappone metà arcaico metà moderno ordina che tutti i cani del comprensorio, affetti da una contagiosa influenza, vengano rastrellati e trasferiti in un'isola adibita a discarica. Un quintetto di malandati ma orgogliosi deportati cercherà una via di fuga grazie anche al figlio del sindaco sopraggiunto tra i cumuli di spazzatura per recuperare il suo fedele cagnetto.

3.5


Qualora foste stanchi d’essere tirati per la giacca dalle dispute sul dittico sorrentinian-berlusconiano, regalatevi una visita all’eccentrico mondo di Wes Anderson, il visionario venuto dal Texas che ama collocare personaggi realistici nelle dimensioni più astratte e viceversa. Non c’è cautela che tenga, infatti, nel raccomandare a ogni categoria di pubblico il suo nuovo film realizzato con carta e plastilina in stop motion: “L’isola dei cani” incarna quanto di meglio è possibile creare con le armi del disegno animato, una favola fantascientifica esile e pressoché infantile ma ricamata su inquadrature gremite di significati colti, curiosi e ricercati, l’ennesimo pezzo di magia di un poeta della cinepresa che narra esibendo il massimo di artificiosità formale per potere trasmettere le sensazioni e i sentimenti più autentici. E’ possibile cogliervi un’infinità di motivi ispiratori, a cominciare ovviamente dall’amore per i cani con annessa presa di distanza da quello per i gatti, ma il filo rosso di questo viaggio epico istoriato di eleganze e bizzarrie è costituito dal culto accanito non solo per il cinema, ma anche la cultura e il costume giapponesi: senza cadere nel citazionismo sterile, Anderson – accusato come da stantio copione politically correct d’appropriazione indebita dei valori autoctoni – coordina, infatti, con grazia tutta personale in una città inventata di un tempo inventato che fonde il vecchio col moderno Giappone echi dei film di Kurosawa e Miyazaki, sprazzi del capolavoro manga, film e videogioco cyberpunk “Akira”, omaggi alla tradizione di artisti dell’incisione come Hokusai, Kuniyoshi, Hiroshige o Utamaro e persino la minuziosa ricostruzione animata della preparazione del sushi.

Vietato dettagliare la trama per non negare al futuro spettatore il piacere di vedere dispiegarsi sullo schermo in un tripudio di sorprese audiovisive la lotta per la sopravvivenza del quintetto di cagnacci randagi guidati dall’indomito maschio Alfa (astenersi le guardiane del #MeToo) detto Capo, deportati da un odioso dittatore in un’isola-discarica come tutti i colleghi del comprensorio perché accusati di diffondere un letale virus influenzale. Non manca l’eroe positivo, destinato a diventare cruciale nel felice scioglimento, che ha le buffe fattezze del figlio del sindaco volato sul suo aereuccio giocattolo nel maleodorante immondezzaio per recuperare il fedele Spots, ma al regista interessa molto di più pronunciarsi contro il pregiudizio, la xenofobia e l’intolleranza giocando a rimpiattino con la natura canina e quella umana.

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