Recensioni

Pubblicato il 13 Aprile 2016 | da Valerio Caprara

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Vinyl

Si aspetta ormai solo la volata finale, ma la prima stagione di Vinyl è già entrata nel gotha delle serie tv d’ultima generazione americana. Tra domenica 17 e lunedì 18 aprile, in effetti, il decimo e ultimo episodio (in onda su Sky Atlantic prima in lingua originale sottotitolata e il giorno seguente doppiato) non potrà che confermare quanto abbia visto giusto la HBO nell’aderire all’exploit dei mitici settantenni Martin Scorsese e Mick Jagger, spinti dall’amicizia e la sintonia creativa alla rievocazione di uno snodo cruciale della storia del rock saturo di business, sesso e cocaina. Un apporto non meno decisivo è stato garantito da Terence Winter, lo sceneggiatore di I Soprano e Boardwalk Empire e soprattutto del capodopera The Wolf of Wall Street al cui cuore selvaggio rimandano i sinuosi tagli di stile, la veemenza delle recitazioni e l’amalgama tra storia e finzione che da nove settimane stanno stregando gli adepti di Vinyl al di là e al di qua dell’oceano. Anche se il regista ha diretto personalmente solo il memorabile pilot, la vita spericolata di Richie Finestra (l’impressionante Bobby Cannavale), fondatore fittizio di un’etichetta discografica che cerca di salvarsi dal disastro indotto dalla deboscia generale, l’ascesa del punk e l’ombra del tramonto che aleggia sul disco in vinile, si snoda e contorce come soggiogata da quell’effetto di sinestetico ‘sballo’ che è uno dei tratti fondamentali del linguaggio scorsesiano. Raccontando come i mogul e i manager siano stati non di rado più estrosi, estremi, strafatti della fantasmagorica costellazione delle rockstar, la serie fonde le trasgressioni in serie, il trasformismo generazionale e la rottura di ogni regola artistica e iconografica con l’inserimento di tribute a personaggi-guida come i Led Zeppelin, Andy Warhol e la sua Factory, Lennon, un rutilante sosia di Elvis, David Bowie o anche al ruvido sex appeal del frontman di un inventato ma verosimile gruppo punk non a caso interpretato dal figlio di Jagger, James. Non c’è nulla dello stantio reducismo vintage, insomma, nell’energia che prorompe a getti di roventi sequenze dai nostri piccoli schermi che per magia sembrano diventare grandi, grandissimi quando l’isteria psichedelica di quegli anni –come ha scritto su un blog l’indomita cinefila napoletana Maria Chirico- trasforma la notte della metropoli in un promiscuo labirinto in cui la musica si vede con l’udito e s’ascolta con lo sguardo.

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