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Pubblicato il 2 agosto 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Ilaria Occhini

Sulla bellezza, l’eleganza, il fascino non è seguito mai dibattito. Ma rimpiangere l’intelligenza, l’indipendenza e la sincerità che hanno contraddistinto la vita artistica come quella privata della Occhini è l’unico modo per renderle davvero omaggio: maestra di anche feroce autocritica, l’attrice a lungo insoddisfatta del rapporto col cinema si è dichiarata ampiamente ricompensata nella terza età grazie al Pardo d’oro alla migliore attrice vinto a Locarno nel 2008 per “Mar Nero” di Federico Bondi e al David di Donatello alla migliore attrice non protagonista ottenuto nel 2010 per “Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek. In realtà, nonostante il disincanto causato da ruoli un po’ troppo secondari rispetto a quelli di spicco interpretati in teatro e tv, proprio col cinema iniziò la sua carriera: nel 1953, infatti, quando il cinema italiano una volta stabilizzata la spinta del rinascimento neorealista stava ridando forza e credibilità ai suoi storici generi, Franco Rosi, il giovane aiuto del regista Luciano Emmer si recò nell’imminenza delle riprese di “Terza liceo” a Firenze per fare un provino sul terrazzo di casa all’allora diciannovenne studentessa. Subito ingaggiata con lo pseudonimo di Isabella Redi, Ilaria appare, così, l’anno seguente sugli schermi perfettamente adeguata al clima di tenue, sommessa, sentimentale spensieratezza che il film trasmette cogliendo appieno la positiva volontà di affermazione della gioventù piccoloborghese alle prese con le difficoltà e i dubbi del lungo dopoguerra.

Sarebbe certo inopportuno ripercorrere una filmografia tutto sommato non esigua alla luce di una delle sue tipiche frasi apodittiche: “Su me stessa applico un giudizio spietato. E so che a volte sono stata brava, altre media e altre ancora molto cagna”. Non solo perché tutte le sue magnifiche presenze in film impegnati o meno –da “Il medico e lo stregone” a “Un uomo a metà”, da “I complessi” a “Domani”- restituiscono il sapore di una produzione in salute e ancora ancorata all’immaginario collettivo nazionale, ma soprattutto perché quando al valore del titolo mancava il necessario –il budget, il copione, il livello del cast- le è sempre venuto in soccorso quantomeno il jolly della fotogenia. Come, del resto, tramanda l’episodio dello scatto del fotografo Henry Clarke pubblicato da “Vogue” che spinse il maestro Bresson a sceglierla come protagonista di “La Princesse de Clèves” poi bloccato da una questione di diritti e realizzato anni dopo da Delannoy. Nel ritorno di fiamma a cavallo del 2000 dei rapporti con il cinema fanno una gran bella figura l’ironia e la malizia con cui cesella i personaggi maturi ma reattivi di “Benvenuti in casa “Gori”, “Una famiglia perfetta” o il sarcastico e corale “Tutti al mare”, ma il top resta per i vecchi e nuovi fan la scena del suicidio della nonna a base di pasticceria cesellato in “Mine vaganti” con la consueta aristocratica naturalezza.

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