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Pubblicato il 6 luglio 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Ugo Gregoretti

Ugo Gregoretti non solo era di salde origini napoletane, ma alla nostra città è stato legato anche dai molti anni trascorsi all’Università Suor Orsola Benincasa come docente prediletto dagli studenti grazie a una presenza e una “scienza” improntate a un inimitabile humour, a una singolare vividezza di ricordi e alla capacità di tramutare l’esperienza in didattica. Proprio recentemente Luigi Barletta, uno dei suoi ferventi discepoli diventato a sua volta ricercatore, studioso e promettente regista, gli ha regalato assegnandogli uno dei cammei più spiritosi del mockumentary “Il toro del Pallonetto” l’ultimo exploit di una poliedrica carriera.

Spentosi ieri nella sua bella casa-museo romana, Gregoretti era nato proprio nella capitale il 28 settembre 1930 “sotto una stella comica” come afferma parafrasando Goldoni nella brillante autobiografia La storia sono io. Con finale aperto pubblicata nel 2012 (da corredare, peraltro, con lo zibaldone dei suoi interventi teatrali, politici, televisivi Scritti scostumati, curati dallo stesso Barletta per Guida editore). Non è uno studente modello e, con grande cruccio del padre, cambia tre facoltà all’Università ma non si laurea e si ritrova a fare il correttore di bozze al quotidiano milanese “Patria” dal quale, però, viene presto licenziato per presunti boicottaggi. Assunto in Rai nel 1953 come impiegato di categoria C addetto alla segreteria del direttore generale grazie a una raccomandazione di cui non si è mai vergognato, si mette in luce grazie a una circostanza alquanto bizzarra: “Ricevemmo dal Vaticano la richiesta di suggerire un santo protettore dell’azienda. Io pensai a Santa Chiara che aveva visto, quasi proiettate in diretta sul muro della sua cella conventuale, le immagini dell’agonia di San Francesco. Lei, pensai, ha inventato la presa diretta in tempo reale. La mia intuizione fu molto gradita al Pontefice Pio XII e da allora la Rai è sotto protezione della santa”. In qualche modo rivalutato, dopo avere vinto il Prix Italia con il documentario “La Sicilia del Gattopardo”, Gregoretti riesce così a realizzare il sogno di una rubrica giornalistica che fonde il reportage di costume, la critica di costume, la fiction e la satira: le otto puntate del quindicinale “Controfagotto” (1960) oggi diventate di culto per la loro audacia nel rompere gli schemi classici della ripresa televisiva. Cooptato dal cinema, allora nel pieno rigoglio suscitato dai fervori del boom economico, esordisce con “I nuovi angeli” (1961), un’incursione nell’Italia giovanile che oscilla non sempre in equilibro tra l’inchiesta e la pochade, ma la vena di scanzonato umorismo che ormai lo contraddistingue si radicalizza subito dopo nell’episodio “Il pollo ruspante” inserito nel film a sketch “RoGoPaG” (1963), in cui regge il confronto con big del calibro di Rossellini e Godard soccombendo solo al confronto del capolavoro “La ricotta” di  Pasolini. Abbastanza apprezzato è anche il coevo “Omicron”, apologo fantascientifico interpretato da Renato Salvatori e Rosemarie Dexter che parte con una certa grinta corrosiva, ma poi secondo noi scade proprio in quell’elementare didatticismo ideologico che retrospettivamente può essere considerato l’handicap principale della sua produzione per il grande schermo. Due anni dopo dirige “Le belle famiglie”, quattro episodi interpretati da attori straordinari come Totò, la Girardot, Jean Rochefort in cui gli spunti grotteschi riusciti sono in minoranza rispetto a quelli forzati e/o caricaturali, ma la tentazione di misurarsi con lo sceneggiato, il genere più fortunato e per questo snobbato dal conformismo critico di un linguaggio televisivo ancora non consolidato, favorisce uno di quelli che saranno i suoi ricorrenti e disinvolti trasbordi tra i media allora ritenuti irriducibili antagonisti. “Il circolo Pickwick” (sei puntate a partire dal febbraio 1968) ricostruisce il capolavoro dickensiano in una dimensione sarcastica e irriverente, non priva di fascino –anche per le deliziose incarnazioni di attori come Mario Pisu, Leopoldo Trieste, Guido Alberti, Gigi Proietti e tanti altri- ma che registra sia il tonfo dell’audience, sia le conseguenti ire funeste dei massimi dirigenti Rai.

Anche se in seguito il pungente Ugo si è tolto qualche sassolino dalle scarpe (“Ho girato pochi film perché per molti ero un miserabile rospo che usciva dal pantano maleodorante della disprezzatissima tv che osava osando tentare il salto nell’Olimpo del cinema”), oggi è chiaro ce la sua dote più duratura resta proprio quella di destreggiarsi come autore televisivo non banale (“”Sabato sera dalle nove alle dieci”, “Le tigri di Mompracem”, il ciclo “Romanzo popolare italiano”, “Arrivano i mostri”, “Ma che cos’è questo amore”, “Viaggio a Goldonia”, il documentario post-Tangentopoli “Il conto Montecristo”) e sperimentatore accanito e all’occorrenza sfrontato di cinema, teatro d’opera e teatro di prosa. Giornalista insignito nel 2009 del Premio Ilaria Alpi, scrittore, direttore negli Ottanta dello Stabile di Torino e della rassegna Benevento-Città spettacolo, Gregoretti è stato anche un militante attivo della sinistra, sia come portabandiera delle istanze giovanili ribellistiche nel fuoco del Sessantotto, sia in versione moderata come consigliere comunale del PCI, sia in versione sindacale nelle vesti di leader dell’A.N.A.C., la combattiva associazione degli autori cinematografici. I suoi documentari “Apollon: una fabbrica occupata”, “Il contratto”, “Vietnam scene del dopoguerra”, “Comunisti quotidiani”, “La primavera del 2002. L’Italia protesta, l’Italia si ferma” hanno via via tramandato un modo limpido e diretto, ancorché talvolta un po’ irrigidito e grezzo, di dare voce ai movimenti di contestazione e battaglia politica storicamente antigovernativi. Per capire a fondo un uomo di raffinato spessore come Gregoretti, però, non bisogna assolutamente trascurare come abbia avuto il coraggio di ricordare i giorni degli astratti furori prendendosi ampiamente in giro e confessando d’avere più volte recitato –da bravo attore com’era- la parte del truce rivoluzionario intransigente mentre “mi intrigavano soltanto le cose che hanno un risvolto buffo. Per esempio quando si rievoca la contestazione che bloccò la Mostra di Venezia, vengo considerato come quello della comica finale, in riferimento a quando chiusi a chiave nel cesso del Palazzo del cinema l’ingegner Favaretto Fisca, allora sindaco di Venezia e presidente della Biennale”.

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