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Pubblicato il 24 febbraio 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Stanley Donen

Molti anni orsono un neofita quotidianista apriva così la recensione della riedizione di “Cantando sotto la pioggia”: “Il cinema, ca existe”, il cinema esiste. L’estroso incipit gli valse reazioni divertite o indispettite, ma soprattutto l’aspra rampogna di uno dei padri nobili del cinema italiano che si sentì personalmente offeso dalla temeraria ed esterofila professione di fede cinéfila. Con tutto il rispetto dovuto alla memoria del venerato maestro, la scomparsa avvenuta ieri a Washington del novantaquattrenne regista e coreografo statunitense Stanley Donen trasforma oggi quel vezzo critico in verità storica. Nato nel 1924 a Columbia, South Carolina, Donen, che aveva iniziato a praticare la danza da bambino, si trasferisce nel ’40 a New York riuscendo a farsi subito scritturare come “chorus dancer” nell’indimenticabile hit di Broadway “Pal Joey” la cui vedette era Gene Kelly. L’emergente star del palcoscenico, dotato di una forza atletica esuberante che lo differenziava dall’altro idolo Fred Astaire, gli dimostrò simpatia e stima restandogli al fianco quando fu ingaggiato dalla MGM del mitico tycoon Arthur Freed prima come ballerino di fila e poi come assistente alla regia per le sequenze danzate dei musical, a cominciare da “Fascino” con Rita Hayworth, allora sulla cresta dell’onda. La carriera di Donen è, dunque, indissolubilmente legata all’imprinting di Kelly insieme al quale firma la regia nel ’49 di “Un giorno a New York”, già un autentico capolavoro del genere per come trasporta le coreografie dalle tradizionali quinte teatrali alle strade della metropoli ricavandone un’inedita spinta in termini di rapidità, ritmo, vitalità, humour e soprattutto armonia tra l’impatto visivo e le musiche di Leonard Bernstein puntualmente insignite dell’Oscar. Dalle ribalde scorrerie del trio di marinai Kelly, Sinatra e Munshin a caccia della donna ideale a “Cantando sotto la pioggia” di tre anni più tardi la coppia non fa che confermare quanto la rispettiva classe possa convergere in invenzioni narrative a raffica e numeri comici perfettamente integrati a quelli sentimentali. La sequenza delle piroette di Kelly intriso di pioggia e alle prese con un ombrello-metronomo eppure reso leggero come una piuma non solo dalla superba tecnica del montaggio e dei movimenti di macchina, ma anche dall’estasi dell’innamorato ha, in effetti, reso mitici sia le note di “Singin’ in the Rain”, sia lo spirito del cinema americano classico oggi riconosciuto come un must della settima arte.

Professionista smaliziato e pratico, Donen dirige ormai in proprio alcuni dei titoli più divertenti e redditizi delle decadi Cinquanta e Sessanta, tra cui spicca “Sette spose per sette fratelli”, sorta di ratto delle Sabine western e altra geniale fusione di canto, danza e recitazione non appiattita, bensì esaltata dalla non scontata resa del Cinemascope. Terminato lo stretto sodalizio con Kelly con “E’ sempre bel tempo”, Donen passa prima alla Paramount realizzando nel ‘57 il delizioso “Cenerentola a Parigi”, interpretato con la proverbiale grazia dal duo Audrey Hepburn-Fred Astaire e poi all’altra major concorrente Warner per “Il gioco del pigiama”, disinvolta trasposizione del romanzo e la pièce omonime cucita su misura del brio di Doris Day. Particolarmente interessante e fortunatamente apprezzata anche dalla coeva critica arcigna e tradizionalista è la variazione che si concede nel ’58 con “Indiscreto” in cui scatena la verve di Cary Grant e Ingrid Bergman nelle tipiche peripezie della commedia sofisticata: da quel momento in poi Donen si distacca dal contesto musical e si dedica con maggiore continuità ai copioni dalle tonalità brillanti adattabili agli attori più glamour dell’epoca. Tra “L’erba del vicino è sempre più verde”, “Arabesque”, “In tre sul Lucky Lady” e “Il boxeur e la ballerina”, il più amato resta a giusta ragione “Sciarada”, elegantissimo mix di farsa e noir in cui Grant e la Hepburn certificano ancora una volta che sì, il cinema esiste.

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