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Pubblicato il 11 agosto 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Piero Tosi

L’organza avorio a righini lucidi e opachi montato su base di seta verde dell’abito che rende indimenticabile l’ingresso della Cardinale nel salone del ballo, modificando senza remore il rosa indicato  da Tomasi di Lampedusa nelle pagine di “Il Gattopardo”. Oppure il tailleur sgualcito preso dalla “vita reale” perché Anna Magnani in “Bellissima” deve apparire goffa, fuori posto, inadeguata. Oppure i prototipi dei monili e i copricapi costruiti per la Callas, impegnata a rendere etnico, ancestrale, magico il personaggio di Medea reinventato dalla visionarietà di Pasolini. Il costumista teatrale e cinematografico Piero Tosi, spentosi ieri a Roma a novantadue anni, ha avuto pochissimi eguali nella storia del cinema mondiale perché nel corso di una sterminata e prestigiosa carriera –contrassegnata da un’infinità di riconoscimenti, tra cui 9 Nastri d’argento, 2 David di Donatello, 2 Bafta Awards e dopo 5 nomination l’Oscar alla carriera nel 2013- assai di rado si è limitato a disbrigare pedissequamente il copione preferendo, invece, la ricerca accanita, se non maniacale del rapporto profondo, le sfumature sofisticate, le suggestioni segrete rintracciabili tra la precisa connotazione filologica e la reinvenzione personale del personaggio. A darne la notizia è stato non a caso un commosso comunicato della Fondazione Zeffirelli, ispirato alla stretta amicizia che ha unito negli anni il regista fiorentino recentemente scomparso e il conterraneo Tosi, nonostante quest’ultimo passi giustamente alla storia come costumista d’elezione di Luchino Visconti: “Ci ha lasciato oggi Piero Tosi, amico di una vita del maestro e suo collaboratore fin dagli esordi… Sarà seppellito nella tomba di famiglia di Franco Zeffirelli, accanto al maestro e a Anna Anni, suoi amici di sempre dai tempi del liceo artistico di Porta Romana”.

Nato a Sesto Fiorentino nel 1927, Tosi si forma un gusto raffinato, ma nel contempo d’elegante essenzialità grazie agli insegnamenti di Ottone Rosai all’Accademia di Belle Arti fino a quando proprio Zeff lo segnala a Visconti che subito lo ingaggia in un ruolo di supporto dell’allestimento di “Troilo e Cressida” al Maggio Musicale. Restato in contatto con Luchino si ritrova prescelto per un compito tra il trovarobe e il galoppino sul set di “Bellissima” e un altro più corposo su quello di “Senso”: due opere figurativamente agli antipodi – una contemporanea e in bianco e nero ambientata nel falso empireo di Cinecittà, l’altra in un fastoso Ottocento rivissuto attraverso la pittura dei macchiaioli- ma entrambe dominate dall’ossessione di “rielaborata autenticità” che esalta l’intesa fra i due artisti. E’ ovviamente impossibile dettagliare il gusto, la sensibilità e l’anticonformismo che caratterizzano i lavori portati a termine per Visconti non solo nel cinema (da “Rocco e i suoi fratelli” a “Le notti bianche”, da “Il Gattopardo” a “Morte a Venezia”, da “La caduta degli dei” a “Ludwig” fino al senile “L’innocente”), ma anche nella prosa e la lirica; anche perché dovremmo trascurare i contributi offerti –in strategica sinergia con le principali sartorie teatrali, a cominciare da quella di Umberto Tirelli- a un numero impressionante di protagonisti dell’eccellenza nazionale come De Sica, Ferreri, Lattuada, Fellini, Pasolini. Certamente i trattamenti delle stoffe, i colori, i tagli, le fogge, gli arredi eseguiti per i leitmotiv viscontiani restano insuperabili, soprattutto per come riescono a dare forma compiuta ai ricorrenti ritratti di decadenza fisica e morale (basti pensare all’abbigliamento tra il donatelliano e il leonardesco dell’efebo Tadzio in “Morte a Venezia”) e alle immagini dell’apogeo autodistruttivo di una civiltà (a cominciare dal mantello che il re di Baviera Helmut Berger indossa durante l’incoronazione in “Ludwig”). Però sarebbe grave trascurare ciò che, per esempio, ha creato per Bolognini –da “Il bell’Antonio” a “La viaccia”, dal capolavoro “Senilità” a “Metello”, da “Bubù” (uno dei suoi film preferiti) a “Per le antiche scale”-, lo stesso Zeff (“La traviata”, “Storia di una capinera”) e persino i meno impegnati Comencini (“A cavallo della tigre”), Castellani (“Questi fantasmi”) e Cervi (“Il malato immaginario”). Docente amatissimo al Centro Sperimentale di Cinematografia, il cui patrimonio è tramandato dai documentari “Chiari e morbidi tessuti” di Pedani e “L’abito e il volto” di Costabile, nonché onorato da una mostra dei suoi costumi di scena nel 2014 presso la Galleria del costume di Palazzo Pitti, viene oggi ricordato come “un artigiano nel senso più autentico della parola, una persona semplice, intelligente, cordiale, curiosa, uno che sapeva ascoltare gli altri” da Liliana Cavani per la quale aveva dato il meglio di sé in 4 film, tra cui il memorabile “Il portiere di notte” con tanto di famose bretelle sul seno nudo di Charlotte Rampling.

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