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Pubblicato il 18 agosto 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Peter Fonda

Capitan America per sempre. Ci sono divi che a prescindere dalla bravura non possono liberarsi da un personaggio di successo, ma l’icona del longilineo, flessuoso, occhiceruleo e mite ribelle Peter Fonda, scomparso settantanovenne ieri a Los Angeles per le complicazioni di un tumore, non ne ha sofferto né mai ne soffrirà perché con “Easy Rider” ha contrassegnato un passaggio chiave della storia del cinema moderno. Le cavalcate sugli choppers di Billy e Wyatt scandite da una colonna sonora fitta di hits epocali di Hendrix, i Byrds o Born to Be Wilddegli Steppenwolf (scelta personalmente da Peter), racchiudono, infatti, un’infinità di preziose sfumature che non riescono ad affiorare neppure nella sterminata pubblicistica dedicata al film dai dizionari e le enciclopedie. Ed è significativo ricordare come per i cinéfili italiani della generazione post Sessantotto il segnale fu inequivocabile quando in una delle sue caustiche disamine Goffredo Fofi mise a confronto la coppia di titoli coevi accreditati a tramandare la cosiddetta “altra America”: mentre il film dei due semisconosciuti capelloni nonostante il pauperismo di mezzi e di stile faceva a suo parere emergere lo spirito autentico e la carica eversiva della contestazione giovanile, l’affine e glorificato “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni sarebbe stato da prendere a fischi e lazzi per la pretensione esibita dal cine-intellettuale nostrano in trasferta turistica d’autore.

Nato nel febbraio del 1940 a New York dal mostro sacro Henry e da Frances S. Brokaw, seconda delle sue cinque mogli suicidatasi nel ’50 a causa delle turbe psicotiche, nonché fratello di Jane di tre anni più anziana, Peter studia all’Università di Omaha nel Nebraska e frequenta la stessa Community Playhouse dove avevano esordito suo padre e Brando. Trasferitosi a New York, debutta nel ‘61 a Broadway ottenendo recensioni entusiastiche e vincendo premi per il migliore attore esordiente. Un paio d’anni dopo passa al cinema e si fa subito apprezzare come coprotagonista di “Tammy e il medico” e nel cast corale di “I vincitori”, ma l’incontro giusto è quello con il geniale autore-regista-produttore Roger Corman: sono gli anni dei vagabondaggi di Timothy Leary, dei Beatles in ritiro spirituale, degli Hell’s Angels e l’AIP dell’ex ingegnere trasformatosi in re del B-movie a basso costo sforna a getto continuo titoli ispirati all’underground radical-hippie e recluta nuovi talenti adatti a incarnare personaggi problematici come Denis Hopper, Bruce Dern, Jack Nicholson e, appunto, il giovane Fonda. Già reputato un adepto della controcultura, quest’ultimo si reca in visita ai Beatles nell’appartamento preso in fitto a Benedict Canyon e nello stordimento generale procurato dall’LSD rievoca l’incidente vissuto a undici anni (si era sparato accidentalmente nella pancia rischiando la morte) ripetendo ossessivamente la frase “I know what it’s like to be dead” che sarà inserita dai Fab Four nel brano She Said She Saiddell’album “Revolver”. E’ ovvio che a questo punto diventi l’interprete perfetto di due pellicole deliranti dirette in prima persona dal mentore Corman: “I selvaggi” (’66) e “Il serpente di fuoco” (’67), rispettivamente il primo “biker movie” del rinnovato filone delle scorribande dei giovinastri in motocicletta e un tourbillon di sequenze psichedeliche scritto (si fa per dire) da Nicholson e popolato dalle performance allucinogene dei colleghi Susan Strasberg, Dern, Dennis Hopper e il futuro regista Bogdanovich.

Sarà ancora l’indiavolato compare Nicholson a convincere  il giovane e illuminato Bert Schneider ad accollarsi il rischio di “Easy Rider”, un film “impossibile” che neanche Corman si sentiva di produrre: rispetto al lungo elenco di road-movie, quello di Hopper e Fonda non è quello che ha resistito meglio all’usura del tempo, ma in esso come in nessun altro si può vedere sviluppata l’idea del viaggio come esperienza esistenziale assoluta (non è la fuga, infatti, l’elemento narrativo chiave), in cui lo spazio e il tempo si frantumano in un movimento sfalsato dall’effetto delle droghe e i colori e le musiche si fondono con gli squarci di luce apparentemente casuali e il rombo delle Harley-Davidson. Il paese profondo, gretto e reazionario li schiaccia nella finzione, ma, incredibile paradosso, l’industria americana ne trae linfa vitale grazie agli incassi clamorosi puntualmente gratificati dalle nomination all’Oscar per la sceneggiatura e a quella di Nicholson per il migliore attore non protagonista. Professionale ed elegante in tanti altri titoli tra i Settanta e i Duemila – da “Fuga da Hollywood” a “Futurewold”, da “Fighting Mad” a “La corsa più pazza d’America”, da “Fuga da Los Angeles” a “L’oro di Ulisse” (altra candidatura all’Oscar), da “L’inglese” a “Ocean’s Twelve”-, nelle serie tv (tra cui le italiane “Gli indifferenti” e “Sound”) nonché nelle funzioni di regista in proprio dell’affascinante “Il ritorno di Harry Collings” e l’improponibile “Wanda Nevada”, ha ricevuto un accorato addio dalla sorella Jane: “ Era il mio fratellino adorato, il chiacchierone di famiglia. In questi ultimi giorni ho trascorso momenti meravigliosi sola con lui… Se n’è andato ridendo”.

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