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Pubblicato il 23 Settembre 2016 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Gian Luigi Rondi

E’ davvero arduo dare l’addio a Gian Luigi Rondi, spentosi ieri notte nella sua abitazione romana, non solo perché è stato il testimone e il protagonista più autorevole della storia del cinema italiano dal dopoguerra a oggi, ma anche per il sentimento di forte gratitudine che proviamo per tutto ciò che ci ha donato in termini di amicizia, stima e affermazioni professionali. Dopo averlo vivamente ringraziato nel novembre dello scorso anno in occasione della consegna dei Premi De Sica –una delle tante prestigiose iniziative portate avanti nel corso di una carriera smisurata-, abbiamo avuto l’onore d’incontrarlo l’ultima volta al teatro Diana nello scorso marzo, in occasione della presentazione di un volume di ben 1310 pagine (Le mie vite allo specchio. Diari 1947-1997, Edizioni Sabinae): comparso ai convenuti un po’ malfermo nel passo e smagrito nei tratti, fu impressionante vederlo sfoggiare al momento del talk show una memoria inossidabile, una piena lucidità di riflessione e quella sottile, insinuante, pungente arguzia che gli fecero guadagnare il nomignolo, peraltro graditissimo, di “Andreotti del cinema”. La dimostrazione della sua consumata abilità diplomatica, la sua capacità di guardare la sostanza delle cose sorvolando sui puntigli superflui e il suo “saper vivere” da borghese gentiluomo nonché servitore di un’idea superiore di cinema venne confermata, tra l’altro, da come il maestro rese possibile disquisire liberamente sul fatto che lo sterminato diario non facesse sconti a nessuno e non occultasse dissensi che (naturalmente dal suo punto di vista) riguardavano anche il sottoscritto intervistatore.

Nato a Tirano (Sondrio) il 10 dicembre 1921, Rondi svolge attività di partigiano nel movimento dei Cattolici Comunisti di Ossicini e intraprende la carriera giornalistica quando viene chiamato nel ‘45 da Silvio d’Amico a collaborare a “Il Tempo” diretto da Angiolillo, di cui due anni più tardi diventa il critico cinematografico. Aderisce alla DC nel fatidico ’48 e in breve tempo inizia ad accumulare la serie infinita di titoli e cariche che è destinata a diventare nei successivi sessant’anni leggendaria e, in quanto tale, ritenuta fatalmente segno di una pervasiva onnipotenza. Eppure è innegabile che la competenza scientifica, la capacità organizzativa e l’appeal esercitato nei confronti delle maggiori celebrità del cinema internazionale hanno sempre accompagnato il percorso di Rondi che riesce a porsi, in ogni caso, un gradino al di sopra dei sospetti politici e dei giudizi contrastanti. Impossibile elencare tutte le voci di un curriculum che -senza neppure tentare di trascrivere i libri scritti, le partecipazione alle giurie, i cicli presentati in tv- svaria da direttore, presidente e subcommissario a più riprese della Mostra di Venezia e in tarda età presidente della Fondazione Cinema per Roma a presidente dell’Ente David di Donatello, da presidente dell’Agiscuola a vicepresidente di Cinecittà, da commissario straordinario della Siae a fondatore o rifondatore del festival delle Nazioni di Taormina, l’Ente Spoleto Cinema e, merito particolare per tutti gli appassionati di cinema in Campania, della stagione d’oro degli Incontri Internazionali del cinema di Sorrento ideati dall’indimenticabile Pier Paolo Pineschi. Alquanto restio a dare conto della propria vita, Rondi è stato sposato con Yvette Spadaccini da cui ha avuto due figli, Joel e Francesco Saverio e nel ’68 fu adottato insieme al fratello Brunello (sceneggiatore e regista di qualità) da uno zio, il conte Girolamo Nasalli, ma il suo privato resta per lo più consegnato ai riti esclusivi e i preziosi archivi dell’elegante dimora dei Parioli che solo il brillante critico ed editore Simone Casavecchia ha avuto il privilegio di potere tramandare con l’amabile tuttotondo Rondi visto da vicino e la succitata performance diaristica gremita di infiniti retroscena e dettagliate rievocazioni. Essere diventato una sorta di monumento vivente (agghindato per di più con l’unica civetteria concessasi, le innumerabili onorificenze nazionali e internazionali ricevute, a partire dalla prediletta Legione d’onore francese e finendo con il cavalierato nazionale) ha comportato, naturalmente, una sorta di progressiva museificazione della sua principale attività e cioè quella di critico cinematografico. Non mancheranno occasioni per sottoporla una disamina esaustiva e obiettiva, ma si possono in questo triste frangente azzardare almeno due considerazioni. La prima è che la sua collocazione in una dimensione culturale ipocrita perché “di destra” e viceversa, tra l’altro accreditata da un famoso e perfido epigramma di Pasolini, è stata spesso contraddetta dai suoi strenui patrocini a direttori e collaboratori fortemente ideologizzati a sinistra e, soprattutto, dal suo culto pressoché religioso per il cinema italiano corredato dall’opposizione un tantino démodé al riconoscimento della forza non solo industriale del cinema americano; mentre la seconda riguarda i gusti e i metodi applicati nelle recensioni, i saggi e le premiazioni che senza mai fraternizzare con la libertà e l’anticonformismo della critica post-sessantottina, hanno tuttavia voluto e saputo mantenere un livello costante di chiarezza espositiva, rispetto totale delle opere e convinzione nel motivare allo stesso modo sia i giudizi facili che quelli impegnativi.

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